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lunedì 27 novembre 2017

Ius Soli, Taroni (RSAA): Una scelta dettata dall’intelletto







(AGENPARL) – Roma, 24 nov 2017 – Lo dichiara Leo Taroni, Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato.

L’immigrazione è un fenomeno fisiologico sovente legato all’evolversi della natura che ci circonda.

Sin dalle origini l’uomo, organizzatosi in nuclei familiari e successivamente, in tribù, sfruttò progressivamente il territorio circostante, divenuto conseguentemente insufficiente, per soddisfare le aumentate esigenze alimentari e vitali dei membri dei molteplici gruppi i quali dovettero, necessariamente, migrare alla ricerca di nuove risorse alimentari e logistiche.

Anche le mutazioni climatiche sono state le concause di tali migrazioni.

Due eventi storici del passato sono la semplificazione dell’incidenza della natura congiunta agli eventi umani su queste massive migrazioni.



Come dimenticare le traversie affrontate dal popolo d’Israele e la storia dell’Impero romano originariamente aggressivo ed imperialista, come si direbbe oggi, e successivamente impegnato per il contenimento delle pressioni migratorie sulle proprie frontiere, prodotte anche dalle spinte di altri popoli che si spostavano nelle pianure euroasiatiche.

Alle infiltrazioni pacifiche, favorite dalle autorità imperiali sempre alla ricerca di nuovi guerrieri per le proprie legioni, subentrarono le migrazioni armate d’interi popoli che, invadendo l’Impero di Occidente, mutarono il corso della storia.

Noi siamo gli eredi non degli antichi romani ma dei goti, dei longobardi e dei franchi, romanizzati e legittimati non più dall’autorità imperiale, ma da un potere tanto più grande e forte perché invisibile ed eterno: la Chiesa romana.



Questa è la storia di ieri e la realtà di oggi, che avvertiamo come un pericolo perché ci tocca direttamente.

Agli inizi dello scorso secolo, migliaia di nostri concittadini affollavano i moli dei grandi porti italiani per salutare parenti e amici che si avventuravano in lunghi viaggi verso l’estero alla ricerca di lavoro e di una vita migliore.

Più recentemente, nell’immediato dopoguerra, migliaia di istriani, giuliani e dalmati hanno dovuto abbandonare le proprie case e le piccole proprietà in mano allo straniero – che “armato accampasi sul nostro suol” come scriveva Carducci-, per rifarsi una vita, per riaccendere quella speranza che la follia fascista prima, e l’ingratitudine di settori ben specifici della Patria dopo, aveva spento.

Diversamente, oggi siamo preoccupati dal costante incremento del numero di infelici che in fuga dalla guerra, dalla miseria, da feroci dittature, approdano sulle nostre sponde….

Se fosse soltanto per il desiderio di migliorare la loro vita non farebbero che esercitare un diritto fondamentale sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Per molti anni, il fenomeno di migrazione di ingenti masse umane, dall’Africa sub sahariana verso l’Europa e l’Occidente, è stata solo una notizia giornalistica perchè la Libia di Gheddafi era in grado di contenerlo con mezzi e modi che non preoccupavano l’opinione pubblica, ancorchè disumani e scandalosi,.

Venuta meno questa crudele barriera, con la crisi politica che l’Occidente ha scatenato in Libia, il fenomeno si è proposto in tutta la sua drammatica realtà.

Ad esso si è aggiunta la fuga delle genti dal Medio Oriente : da città distrutte dalle artiglierie e dai bombardamenti aerei, senza ospedali efficienti, senza mezzi di sostentamento, senza speranze.

Di fronte a migliaia di persone che intraprendono la rotta balcanica e che sui barconi cercano di raggiungere le nostre coste, le più vicine alla costa africana, l’opinione pubblica si è divisa sulle soluzioni da adottare che, semplificando, possiamo dividere fra quelle favorevoli all’accoglimento e quelle che, con diverse sfumature, propendono per il respingimento.



Il respingimento può significare la morte, la costrizione dei profughi in campi e prigioni di paesi terzi, in condizioni certamente disumane e, recentemente, solo in pochissimi casi, il riaccompagnamento di rifugiati economici nei paesi di origine.



L’Occidente ha un conto aperto con l’Africa e con il Medio Oriente.

Per secoli, il colonialismo ha sfruttato il continente africano ricavando ricchezze immense ma lasciandone i popoli ed i paesi nel caos del post colonialismo.

Tra tutti i tragici avvenimenti che si susseguirono, il genocidio del Ruanda rappresenta uno dei più spaventosi e sanguinosi episodi della storia dell’Africa del XX secolo.

Dal 6 aprile alla metà del luglio del 1994, per circa cento giorni, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, bastoni e machete) almeno cinquecentomila persone; il numero delle vittime tuttavia è salito sino a raggiungere una cifra pari a circa un milione di persone.



Il genocidio, ufficialmente, venne considerato concluso con un intervento delle truppe francesi, sotto l’egida dell’ONU.

Tra i sostenitori dell’accoglienza si è distinto, con pressanti e forti appelli il Pontefice dichiarando apertamente che “Respingere gli immigrati è un atto di guerra”, e condannando duramente coloro che lo fanno.



Fermo il principio, resta poi la realtà di come gestire il fenomeno: il Pontefice ne è consapevole tanto che, durante un volo che lo riportava in Vaticano, parlando del problema con i giornalisti ha ricordato che i governi devono gestire gli sbarchi usando “prudenza” e valutando, in primis, quante persone si possano accogliere, sapendo che non solo si deve “riceverli, ma anche integrarli”.

Sostanzialmente e sinteticamente, si rendono necessarie:
l’apertura di canali di ingresso nei Paesi europei, legali e sicuri;
la regolarizzazione, su base individuale, degli stranieri già radicati nel territorio;
l’attuazione di misure per l’inclusione sociale e lavorativa di richiedenti asilo e rifugiati;
l’effettiva partecipazione alla vita democratica con il voto amministrativo e l’abolizione del reato di clandestinità.

Così come previsto dalla proposta di legge presentata dai Radicali.

Queste, tuttavia, rimarranno solo buone intenzioni, solo parole, se dietro a tutto ciò non ci sarà l’appoggio e l’intervento effettivo della Nazioni Unite e dell’Europa tutta.



Ci vogliono idee, forti e mirati investimenti economici e persone, ma soprattutto capire che l’accoglimento è necessario non solo alla gente che fugge, ma che può essere utile anche a noi, come insegna la simbologia del rituale del IX Grado del R\S\A\A\ nel quale“lo straniero rappresenta tutto l’insieme di conoscenze e di progresso già raggiunto prima di noi, e di cui ci si deve valere per procedere più oltre: un’opportunità per trarre profitto dall’esperienza offerta anche da ciò che non fa parte della nostra Tradizione”.



Senza tenere conto di guerre, dittature sanguinarie, crisi economiche e carestie, è sufficiente scorrere il “Rapporto sull’andamento demografico mondiale” del Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite per leggere il nostro futuro.

A fronte del calo demografico dei paesi europei, in Africa, la Nigeria è lo Stato che crescendo più rapidamente, dovrebbe superare nel 2050 gli Stati Uniti.

Contemporaneamente, la popolazione di ventisei Stati africani è destinata a raddoppiare.

Sebbene il tasso di riproduzione femminile sia globalmente diminuito (si partoriscono in media due figli e mezzo per donna) nelle nazioni africane la natalità è di 4,7 figli a donna, mentre in Europa ammonta a 1,6.



Un vecchio film del 1967, intitolato “Indovina chi viene a cena”, interpretato da due grandi attori, Katharine Hepburn e Spencer Tracy, narra la storia di una ragazza americana, cresciuta in un’agiata famiglia “liberal” di San Francisco.

Innamoratasi di uno stimato medico afroamericano, conosciuto dieci giorni prima, decide di portarlo a cena dai propri genitori, invitando senza alcun preavviso anche i futuri suoceri.

Si determina quindi una situazione di notevole imbarazzo, ma è chiaro che la cena è solo un’occasione dalla quale si snoda la vicenda; sono gli anni ’60, un’epoca in cui gli Americani hanno forti pregiudizi nei confronti dei “negri”, perciò il Signor Spencer-Draytron, pur impegnato nel sociale per la difesa dei “diritti umani”, alla luce della realtà che gli si manifesta, per la prima volta dubita dei propri principi.

E’ inconcepibile che sua figlia sposi un uomo di colore!

Eppure saprà capitolare proprio per una questione di deontologia personale: non può aver educato sua figlia alla “democrazia” e poi “all’apparir del vero” opporsi se costei la mette in pratica.

Splendido esempio di uomo coerente e lungimirante.



Da allora, infatti, abbiamo già avuto per ben due mandati un Presidente degli Stati Uniti afroamericano, mentre noi –oggi- stiamo ancora a discutere animatamente in Parlamento sullo ius soli e sullo ius culturae.

Certo, non è da tutti possedere i valori etico-sociali del Signor Spencer-Drayton!

E’ proprio per questo che Noi, uomini liberi per antonomasia, che cerchiamo la Luce e spalanchiamo le porte, dobbiamo aprirci allo “straniero” che, come ho già detto, può costituire “per noi” una opportunità ed un momento di crescita.

“Fatti non fummo a viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza”.

In tal senso dobbiamo vivere, operare e tramandare: in caso contrario le più belle dichiarazioni “liberal” ed il tema dei “Diritti umani” di cui si è ampiamente abusato, affonderanno come piombi.

Dobbiamo guardare in faccia la realtà rinunciando ai nostri pregiudizi, organizzandoci tempestivamente per affrontare un futuro che ormai ben conosciamo.

Per il bene dell’Umanità ed alla Gloria del Grande Architetto dell’Universo.

giovedì 2 novembre 2017

Cento anni fa l’omicidio di Achille Ballori. Il Grande Oriente lo ha ricordato con una cerimonia davanti a Palazzo Giustiniani e con un incontro al Vascello


Il Gran Maestro Bisi al centro con il Sovrano Gran Commendatore Taroni nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. A sinistra il Gran Segretario Pietrangeli e il I Gran Sorvegliante Seminario a sinistra il Consigliere dell’Ordine in Giunta Celani
Il Grande Oriente d’Italia ha voluto ricordare, a cento anni dalla morte,  Achille Ballori, il fratello martire ucciso a colpi di pistola nella serata del 31 ottobre del 1917 all’interno di Palazzo Giustiniani all’epoca sede della Comunione, poi confiscato dal fascismo, e che oggi ospita gli uffici del Senato. Il Gran Maestro Stefano Bisi, insieme al Primo Gran Sorvegliante Tonino Seminario, al Gran Segretario Michele Pietrangeli e al Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato Leo Taroni, nel pomeriggio del 30 ottobre, hanno deposto una corona d’alloro dinanzi all’ingresso laterale dello storico edificio. Il Gran Maestro ha ricordato la figura di Ballori, medico stimato, che era stato assessore e vicesindaco di  Roma,  e  che quando venne assassinato ricopriva la carica di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato ed era in attesa di diventare Gran Maestro al posto di Ettore Ferrari. Dopo la cerimonia Bisi, insieme agli altri alti rappresentanti del Goi ha visitato quello che un tempo era il Tempio Maggiore del Grande Oriente, ossia la bellissima sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, ospite speciale del senatore Lucio Barani,  che ha il suo ufficio nella stanza che era lo studio dei Gran Maestri dell’epoca. Subito dopo, appuntamento a Villa il Vascello per un convegno dedicato a Ballori, nel corso del quale lo storio Massimo Nardini dell’Università di Firenze ha ricostruito il clima dell’epoca e il momento particolare che la Massoneria italiana si trovò ad attraversare in quel 1917. Un momento caratterizzato da profonde divisioni interne, che si acuirono dopo i due storici incontri della Libera Muratoria internazionale che si tennero a gennaio e giugno a Parigi, che posero le basi alla nascita della Società delle Nazioni e ai quali parteciparono in rappresentanza del Grande Oriente d’Italia Ernesto Nathan e il Gran Maestro Ettore Ferrari. I due eventi, come ha spiegato Nardini, tracciarono le linee di un nuovo percorso comune per le Massonerie europee all’indomani della sconfitta degli imperi centrali. Percorso che era in contraddizione con il Patto segreto di Londra che prevedeva che anche l’Italia partecipasse alla spartizione delle spoglie del vecchio mondo e al cui spirito aderirono Ferrari e Nathan. Un passo il loro che provocò una grande frattura interna – Ferrari rassegnò le dimissioni, per passare a Ballori il testimone- e che ebbe come effetto quello di dare il via ad una campagna mediatica dai toni esasperati contro la Massoneria, che sicuramente contribuì a gettare cattiva luce su di essa fino a spingere un fanatico paranoide come Lorenzo D’Ambrosio al folle gesto di colpire Ballori,  l’uomo che in quel momento incarnava il simbolo della Libera Muratoria in Italia. Una campagna mediatica che per certi versi, ha sottolineato lo storico, assomiglia a quella in atto ai nostri giorni. “L’omicio Ballori è accaduto cento anni fa, ma sembra che parliamo di oggi”,  ha detto anche il Sovrano Gran Commendatore del Rsaa, facendo anche appello ai fratelli, nel segno del grande impegno pubblico che caratterizzò la Massoneria a inizio secolo, a fare politica come allora in maniera seria. Ha concluso l’incontro il Gran Maestro invitando la Comunione a ricordare Ballori, vero martire massone la cui figura è rimasta troppo a lungo nell’oblio, anche intitolandogli  delle officine. “Il clima di oggi -ha detto il Gran Maestro- non è bello. Nel momento della nostra massima apertura, con tantissimi eventi organizzati in tutt’Italia e le case massoniche aperte al pubblico, come a Genova dove l’inziativa ha riscosso grande successo, sono stati presentati -ha ricordato- due progetti di legge che mirano a colpirci e minano il diritto di associazione e di appartenenza a una associazione. Noi -ha sottolineato- continueremo la nostra battaglia. Nessun cavallo di Frisia o filo spinato potrà fermare il vento impetuoso della fratellanza e della libertà, che è il vento al quale noi diamo forza”.
Un momento della cerimonia in via Giustiniani
Il Gran Maestro al termine della cerimonia. Dietro il labaro del Grande Oriente
Il Gran Maestro con il sen. Lucio Barani al termine della visita a Palazzo Giustiniani

L’intervento del prof. Massimo Nardini all’incontro dedicato ad Achille Ballori al Vascello
Scheda
Achille Ballori
Il 31 ottobre 1917, mentre a Nord è in atto la ritirata di Caporetto, verso le 18,15 un uomo sulla quarantina con pizzetto, abito grigio e cappello a lobbia, di media statura e robusto, suona il campanello del portone in via della Dogana Vecchia di Palazzo Giustiniani a Roma. Si presenta come Giobbe Giobbi e chiede di parlare con il 67enne Gran Commendatore del Rito Scozzese Achille Ballori, nonché Gran Maestro Aggiunto e sicuro successore di Ettore Ferrari alla Gran Maestranza.
Il presunto  Giobbi si era recato già, senza trovarlo, a casa di Ballori in Via San Martino al Macao dicendo che doveva parlargli di un affare importante, ma Filomena la governante gli aveva riferito che era uscito e che lo avrebbe trovato appunto nella sede della Massoneria a Palazzo Giustiniani.
L’uomo viene fatto accomodare dagli usceri di Palazzo Giustiniani su una sedia all’ingresso, mentre un impiegato, Santolini,  raggiunge Ballori nel suo ufficio per avvisarlo dell’ospite. Ballori, che è in compagnia del professor Ulisse Bacci, il Gran Segretario della Massoneria, si reca dal visitatore.
Racconta Santolini che l’uomo chiese: “È lei il commendator Ballori?”. E che alla risposta affermativa del primo, gridò: “Voglio parlare con lei, solo, fuori tutti” e “così dicendo – è la testimonianza dell’impiegato-  fece un gesto largo con la mano e si vide che era  armato di rivoltella. Contemporaneamente cominciò a sparare dei colpi contro Ballori che mi sembrarono tre o quattro. Avvenne una grande confusione, ed io, che mi trovavo nella seconda camera, ove si trova l’archivio, corsi verso gli uffici per chiedere aiuto”.
Ballori è lasciato solo, si rincantuccia in un angolo ma quando tenta di fuggire l’assassino spara 4 colpi, uno fa cilecca. Rimette la pistola in tasca, non va però via subito, anzi si mette a fischiare l’incipit di Cavalleria. Tranquillo solo quando un altro abitante dello stabile sale le scale ed entra impugnando una pistola si allontana.
Continua Santolini. “Tornato nella camera, trovai in quella della Giunta il Comm. Ballori sorretto dal Bacci e da qualche altro, il quale disse solamente: mi pare che mi abbia ferito qui, ed accennando la nuca cadde per terra. Cercammo di sorreggerlo, trasportandolo poi sul divano, ma egli quasi subito spirò”.
Dall’esame autoptico, eseguito all’Istituto di Medicina Legale in San Bartolomeo all’Isola, emerge che la morte è avvenuta per un colpo entrato alle spalle che gli ha spappolato mezzo cuore.
L’assassino lascia Palazzo Giustiniani e in tram, alle sette e mezzo è al n. 9 di via Augusto Valenziani dove è la casa dell’ex Gran Maestro Ettore Ferrari. Si rivolge alla portiera Clorinda Discepoli, affermando di dovergli consegnare una grossa somma di denaro. Ma lei ha la prontezza di dirgli che non c’è, che rientrerà solo la mattina dopo.
Lasciata casa Ferrari l’assassino è a palazzo Sciarra, sede del “Giornale d’Italia” dove ferma un fattorino a cui chiede perché non sia ancora uscito il giornale. Quando però questi gli risponde che il ritardo è dovuto all’annuncio dell’uccisione del professor Ballori lui esulta. Quasi ne è felice.
La Questura, allertata decide di porre in sicurezza tutte le case dei massimi dirigenti della Massoneria, ed a ragione. Tant’è il sedicente Giobbe Giobbi viene arrestato il giorno dopo verso le tre e mezzo da due poliziotti proprio mentre si aggira in via Torino, dinanzi casa dell’ex Gran Maestro nonché ex sindaco di Roma Ernesto Nathan.
Interrogato in strada dai due agenti in borghese, l’uomo esibisce il passaporto. E’ intestato a Lorenzo D’Ambrosio di anni 47, nato ad Avellino e residente a Roma in via Carlo Alberto 63, di professione farmacista. Ha moglie e due figli. Portato al commissariato di P.S. di via Magnanapoli, viene perquisito. In tasca ha un coltello a serramanico «a foglia d’olivo» di 9 cm e un revolver Smith & Wesson a 5 colpi, calibro 7,65 scarico.
Anarchico individualista, dinanzi al commissario manifesta tutta la sua avversione psicotica contro la Massoneria, che accusa delle peggiori cose del mondo secondo un ossessivo canone persecutorio. Era stato edotto a questa visione sotto le armi dal commilitone Angiolillo, l’anarchico che nel 1897 ammazzò il primo ministro spagnolo Cánovas del Castillo.
Assurde le accuse che D’Ambrosio rivolge all’Obbedienza: la porta di casa imbrattata di sterco, ricoperta di «segni minatori». Eppoi minacce ai suoi clienti per dissuaderli dall’entrare nella sua farmacia al punto da essere costretto a venderla.
Ed ancora la considera colpevole del suo internamento nel manicomio di Nocera nel 1916, e di ogni altro accidente o follia connessa alla sua vita, come la morte della sorella Costantina in America, asfissiata dalle esalazioni di gas illuminante per un rubinetto lasciato aperto.
Uscito dal manicomio di Nocera Inferiore, D’Ambrosio decide di vendicarsi. Dopo esserci stato già altre volte, si trasferisce definitivamente a Roma, qui trova lavoro presso alcune farmacie da cui per comportamenti strani viene ripetutamente licenziato. Ha un buon stipendio, 250 lire al mese. Dopo essersi fatto ancora licenziare il 24 ottobre si reca dall’armiere Armando Frinchillucci, in via Quattro Fontane 118 e acquista per 40 lire un revolver. Trova gli indirizzi dei massoni sulla Guida Monaci. Ed inizia a pedinare per primo lo scultore Ettore Ferrari, ma decide che la sua prima vittima deve essere Achille Ballori, il futuro Gran Maestro.
Durante l’interrogatorio dirà: “Debbo dichiarare che non avevo ragione alcuna di speciale antipatia per il Ballori, persona di ottimo cuore e di grande onestà. La mia intenzione era di colpire la Massoneria nelle sue personalità più rappresentative: avevo idea di uccidere, oltre il povero Ballori, anche Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan. Che io non avessi ragione di odio contro il Ballori ve lo dimostri il fatto che stamane ho comprato due mazzi di fiori per deporre sulla sua tomba. Se non mi aveste arrestato avrei seguito fino all’ultimo il mio programma. Sabato mi sarei recato ai funerali del Ballori, e avrei fatto una strage […]
Nel corso dell’istruttoria il giudice Mosca, per il sospetto che fosse pazzo, chiede una perizia psichiatrica dell’imputato. Da essa risulta che Lorenzo D’Ambrosio è un «alienato criminale» affetto da «demenza paranoide», pertanto ritengono che ai sensi dell’art. 46 del Codice Penale egli non sia imputabile, ma essendo la sua libertà «pericolosa a sé e agli altri» si ordina il suo ricovero in manicomio. (Autore: Servizio Biblioteca)
Chi era Achille Ballori
Achille Ballori: medico, nacque a Dicomano (Pisa) il 29 aprile 1850. Fu direttore dell’ospedale civile di Mantova prima e degli ospedali Riuniti di Roma poi. Sotto l’amministrazione Nathan fu assessore all’igiene al Comune di Roma.
Nel 1874 risulta Maestro nella Loggia “Umanità e Progresso” di Pisa e nel 1891 fu Maestro Venerabile della Loggia “Rienzi” di Roma. Nel 1893 fu eletto Grande Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’Italia. Il 20 marzo 1899 fu insignito del 33° grado e nel 1906 divenne Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato, carica che ricoprì sino alla morte. Per sua volontà fu cremato e seppellito nella tomba monumentale dei Gran Maestri al Verano.
Un Radio dramma per ricordare la tragedia
Durante la Gran Loggia di Rimini del 2016, in apertura delle porte del tempio a conclusione della prima giornata di lavori, venne mandanta in onda   una drammatizzazione radiofonica intitolata “Il delitto di Palazzo Giustiniani” che ricostruiva appunto l’assassinio di Achille Ballori. A firmare l’opera, della durata di circa 6 minuti, e realizzata sulla base di documenti giudiziari originali,  rapporti della polizia che indagò sul caso, articoli pubblicati dalla stampa d’epoca,  Enzo Antonio Cicchino e Andrea Giuliano. Ballori era un personaggio noto nella capitale – fu direttore degli Ospedali Riuniti, consigliere comunale, vicesindaco e assessore nella giunta Nathan – e i giornali si occuparono molto del suo omicidio. Il radio dramma ha ricostruito quei fatti e il delirio dell’omicida, Lorenzo D’Ambrosio, che riferì agli inquirenti: “debbo dichiarare che non avevo ragione alcuna di speciale antipatia per il Ballori, persona di ottimo cuore e di grande onestà. La mia intenzione era di colpire la Massoneria nelle sue personalità più rappresentative: avevo idea di uccidere, oltre il povero Ballori, anche Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan”.
Della vicenda si interessò anche il criminologo Enrico Ferri: “D’Ambrosio è evidentemente un allucinato […] la sua forma di follia mi sembra essere la paranoia o il delirio di persecuzione”. Il 29 aprile 1918, l’assassino venne prosciolto perché ritenuto “totalmente infermo di mente” e rinchiuso per sempre in manicomio.

lunedì 23 ottobre 2017

Cento anni fa l’omicidio di Achille Ballori. Il 30 ottobre il Grande Oriente lo ricorderà con una cerimonia davanti a Palazzo Giustiniani e con un incontro al Vascello


Lunedì 30 ottobre a Roma davanti a Palazzo Giustiniani verrà ricordato Achille Ballori ucciso a colpi di pistola da un folle alle 18.15 del 31 ottobre del 1917 mentre si trovava seduto nella sua stanza all’interno del Palazzo che allora era sede del Grande Oriente d’Italia e che il Fascismo confiscò ai massoni.
Stimato medico già direttore degli ospedali riuniti, assessore e vice sindaco  di Roma, Ballori allora 67enne ricopriva la carica di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico Ed Accettato in attesa dell’insediamento quale nuovo Gran Maestro del Grande Oriente al posto di Ettore Ferrari.
Alla cerimonia che avrà inizio alle 16.30 parteciperanno il Gran Maestro Stefano Bisi e il Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato Leo Taroni. Verrà deposta una corona d’alloro. Alle 18 invece al Vascello ci sarà un incontro nel corso del quale verrà ricordata la figura di Achille Ballori.
Scheda
Achille Ballori
Il 31 ottobre 1917, mentre a Nord è in atto la ritirata di Caporetto, verso le 18,15 un uomo sulla quarantina con pizzetto, abito grigio e cappello a lobbia, di media statura e robusto, suona il campanello del portone in via della Dogana Vecchia di Palazzo Giustiniani a Roma. Si presenta come Giobbe Giobbi e chiede di parlare con il 67enne Gran Commendatore del Rito Scozzese Achille Ballori, nonché Gran Maestro Aggiunto e sicuro successore di Ettore Ferrari alla Gran Maestranza.
Il presunto  Giobbi si era recato già, senza trovarlo, a casa di Ballori in Via San Martino al Macao dicendo che doveva parlargli di un affare importante, ma Filomena la governante gli aveva riferito che era uscito e che lo avrebbe trovato appunto nella sede della Massoneria a Palazzo Giustiniani.
L’uomo viene fatto accomodare dagli usceri di Palazzo Giustiniani su una sedia all’ingresso, mentre un impiegato, Santolini,  raggiunge Ballori nel suo ufficio per avvisarlo dell’ospite. Ballori, che è in compagnia del professor Ulisse Bacci, il Gran Segretario della Massoneria, si reca dal visitatore.
Racconta Santolini che l’uomo chiese: “È lei il commendator Ballori?”. E che alla risposta affermativa del primo, gridò: “Voglio parlare con lei, solo, fuori tutti” e “così dicendo – è la testimonianza dell’impiegato-  fece un gesto largo con la mano e si vide che era  armato di rivoltella. Contemporaneamente cominciò a sparare dei colpi contro Ballori che mi sembrarono tre o quattro. Avvenne una grande confusione, ed io, che mi trovavo nella seconda camera, ove si trova l’archivio, corsi verso gli uffici per chiedere aiuto”.
Ballori è lasciato solo, si rincantuccia in un angolo ma quando tenta di fuggire l’assassino spara 4 colpi, uno fa cilecca. Rimette la pistola in tasca, non va però via subito, anzi si mette a fischiare l’incipit di Cavalleria. Tranquillo solo quando un altro abitante dello stabile sale le scale ed entra impugnando una pistola si allontana.
Continua Santolini. “Tornato nella camera, trovai in quella della Giunta il Comm. Ballori sorretto dal Bacci e da qualche altro, il quale disse solamente: mi pare che mi abbia ferito qui, ed accennando la nuca cadde per terra. Cercammo di sorreggerlo, trasportandolo poi sul divano, ma egli quasi subito spirò”.
Dall’esame autoptico, eseguito all’Istituto di Medicina Legale in San Bartolomeo all’Isola, emerge che la morte è avvenuta per un colpo entrato alle spalle che gli ha spappolato mezzo cuore.
L’assassino lascia Palazzo Giustiniani e in tram, alle sette e mezzo è al n. 9 di via Augusto Valenziani dove è la casa dell’ex Gran Maestro Ettore Ferrari. Si rivolge alla portiera Clorinda Discepoli, affermando di dovergli consegnare una grossa somma di denaro. Ma lei ha la prontezza di dirgli che non c’è, che rientrerà solo la mattina dopo.
Lasciata casa Ferrari l’assassino è a palazzo Sciarra, sede del “Giornale d’Italia” dove ferma un fattorino a cui chiede perché non sia ancora uscito il giornale. Quando però questi gli risponde che il ritardo è dovuto all’annuncio dell’uccisione del professor Ballori lui esulta. Quasi ne è felice.
La Questura, allertata decide di porre in sicurezza tutte le case dei massimi dirigenti della Massoneria, ed a ragione. Tant’è il sedicente Giobbe Giobbi viene arrestato il giorno dopo verso le tre e mezzo da due poliziotti proprio mentre si aggira in via Torino, dinanzi casa dell’ex Gran Maestro nonché ex sindaco di Roma Ernesto Nathan.
Interrogato in strada dai due agenti in borghese, l’uomo esibisce il passaporto. E’ intestato a Lorenzo D’Ambrosio di anni 47, nato ad Avellino e residente a Roma in via Carlo Alberto 63, di professione farmacista. Ha moglie e due figli. Portato al commissariato di P.S. di via Magnanapoli, viene perquisito. In tasca ha un coltello a serramanico «a foglia d’olivo» di 9 cm e un revolver Smith & Wesson a 5 colpi, calibro 7,65 scarico.
Anarchico individualista, dinanzi al commissario manifesta tutta la sua avversione psicotica contro la Massoneria, che accusa delle peggiori cose del mondo secondo un ossessivo canone persecutorio. Era stato edotto a questa visione sotto le armi dal commilitone Angiolillo, l’anarchico che nel 1897 ammazzò il primo ministro spagnolo Cánovas del Castillo.
Assurde le accuse che D’Ambrosio rivolge all’Obbedienza: la porta di casa imbrattata di sterco, ricoperta di «segni minatori». Eppoi minacce ai suoi clienti per dissuaderli dall’entrare nella sua farmacia al punto da essere costretto a venderla.
Ed ancora la considera colpevole del suo internamento nel manicomio di Nocera nel 1916, e di ogni altro accidente o follia connessa alla sua vita, come la morte della sorella Costantina in America, asfissiata dalle esalazioni di gas illuminante per un rubinetto lasciato aperto.
Uscito dal manicomio di Nocera Inferiore, D’Ambrosio decide di vendicarsi. Dopo esserci stato già altre volte, si trasferisce definitivamente a Roma, qui trova lavoro presso alcune farmacie da cui per comportamenti strani viene ripetutamente licenziato. Ha un buon stipendio, 250 lire al mese. Dopo essersi fatto ancora licenziare il 24 ottobre si reca dall’armiere Armando Frinchillucci, in via Quattro Fontane 118 e acquista per 40 lire un revolver. Trova gli indirizzi dei massoni sulla Guida Monaci. Ed inizia a pedinare per primo lo scultore Ettore Ferrari, ma decide che la sua prima vittima deve essere Achille Ballori, il futuro Gran Maestro.
Durante l’interrogatorio dirà: “Debbo dichiarare che non avevo ragione alcuna di speciale antipatia per il Ballori, persona di ottimo cuore e di grande onestà. La mia intenzione era di colpire la Massoneria nelle sue personalità più rappresentative: avevo idea di uccidere, oltre il povero Ballori, anche Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan. Che io non avessi ragione di odio contro il Ballori ve lo dimostri il fatto che stamane ho comprato due mazzi di fiori per deporre sulla sua tomba. Se non mi aveste arrestato avrei seguito fino all’ultimo il mio programma. Sabato mi sarei recato ai funerali del Ballori, e avrei fatto una strage […]
Nel corso dell’istruttoria il giudice Mosca, per il sospetto che fosse pazzo, chiede una perizia psichiatrica dell’imputato. Da essa risulta che Lorenzo D’Ambrosio è un «alienato criminale» affetto da «demenza paranoide», pertanto ritengono che ai sensi dell’art. 46 del Codice Penale egli non sia imputabile, ma essendo la sua libertà «pericolosa a sé e agli altri» si ordina il suo ricovero in manicomio. (Autore: Servizio Biblioteca)
Chi era Achille Ballori
Achille Ballori: medico, nacque a Dicomano (Pisa) il 29 aprile 1850. Fu direttore dell’ospedale civile di Mantova prima e degli ospedali Riuniti di Roma poi. Sotto l’amministrazione Nathan fu assessore all’igiene al Comune di Roma.
Nel 1874 risulta Maestro nella Loggia “Umanità e Progresso” di Pisa e nel 1891 fu Maestro Venerabile della Loggia “Rienzi” di Roma. Nel 1893 fu eletto Grande Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’Italia. Il 20 marzo 1899 fu insignito del 33° grado e nel 1906 divenne Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato, carica che ricoprì sino alla morte. Per sua volontà fu cremato e seppellito nella tomba monumentale dei Gran Maestri al Verano.
Un Radio dramma per ricordare la tragedia
Durante la Gran Loggia di Rimini del 2016, in apertura delle porte del tempio a conclusione della prima giornata di lavori, venne mandanta in onda   una drammatizzazione radiofonica intitolata “Il delitto di Palazzo Giustiniani” che ricostruiva appunto l’assassinio di Achille Ballori. A firmare l’opera, della durata di circa 6 minuti, e realizzata sulla base di documenti giudiziari originali,  rapporti della polizia che indagò sul caso, articoli pubblicati dalla stampa d’epoca,  Enzo Antonio Cicchino e Andrea Giuliano. Ballori era un personaggio noto nella capitale – fu direttore degli Ospedali Riuniti, consigliere comunale, vicesindaco e assessore nella giunta Nathan – e i giornali si occuparono molto del suo omicidio. Il radio dramma ha ricostruito quei fatti e il delirio dell’omicida, Lorenzo D’Ambrosio, che riferì agli inquirenti: “debbo dichiarare che non avevo ragione alcuna di speciale antipatia per il Ballori, persona di ottimo cuore e di grande onestà. La mia intenzione era di colpire la Massoneria nelle sue personalità più rappresentative: avevo idea di uccidere, oltre il povero Ballori, anche Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan”.
Della vicenda si interessò anche il criminologo Enrico Ferri: “D’Ambrosio è evidentemente un allucinato […] la sua forma di follia mi sembra essere la paranoia o il delirio di persecuzione”. Il 29 aprile 1918, l’assassino venne prosciolto perché ritenuto “totalmente infermo di mente” e rinchiuso per sempre in manicomio.

martedì 10 ottobre 2017

PREMIO DI STUDIO SUL IX CENTENARIO DELL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA E IL PROCESSO DI INTERNALIZZAZIONE DELL’ACCADEMIA ITALIANA


Intervento del SGC Leo Taroni

Il Rito Scozzese Antico e Accettato che ho l’onore di rappresentare costituisce una parte importante nella storia e nello sviluppo della Libera Muratoria e affonda le sue radici negli ordini della cavalleria occidentale.
La sua prima apparizione in una forma organizzata risale al 1733 e da allora cominciò la sua ascesa in parallelo con la nascita delle Grandi Logge fino alla costituzione dei Supremi Consigli nelle rispettive giurisdizioni nazionali. Il Supremo Consiglio d’Italia, terzo dopo gli Stati Uniti e la Francia, fu fondato a Milano nel 1805.
Il Rito Scozzese oltre ad offrire ai suoi adepti un processo di perfezionamento articolato in gradi ai quali possono essere elevati secondo la loro maturità e i loro meriti, e quindi attraverso una ricerca fondata sullo studio e sulla riflessione dei rispettivi rituali, persegue quegli scopi che derivano proprio dallo spirito della cavalleria antica come la pratica della rettitudine, il culto della verità, della giustizia e della libertà, in un’ azione che deve sempre essere caratterizzata dalla tolleranza e dalla saggezza.
Al primo posto sta la difesa dei più deboli contro le prevaricazioni e le ingiustizie dei più forti e ne consegue un’opera costante per l’affermazione dei diritti delle donne e degli uomini.
Non è, quindi, un caso che dalla stesura dell’Atto di indipendenza degli Stati Uniti fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, sia stata costante la presenza e l’impulso di importanti personalità della Liberia muratoria e del Rito scozzese in particolare.
Si è trattato di una grande operazione umanitaria e culturale nello stesso tempo.
Infatti, l’art 26 della Dichiarazione universale nell’affermare che ogni individuo ha diritto all’istruzione, precisa che la stessa «deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni e i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace».
Da ciò il nostro grande interesse per la cultura e per le istituzioni che la promuovono, al vertice delle quali stanno le Università, punti di riferimento, ma anche centri formativi di altissimo valore per i nostri giovani e, come è stato detto, «strumenti essenziali per lo sviluppo ed il consolidamento di società democratiche stabili e pacifiche».
Il concetto di pace e di pacifismo dovette essere rivisto con la fine della guerra fredda.
Non furono più le divergenze fra potenze grandi e piccole a giocare un ruolo determinante per la pace o per la guerra, che non potevano più essere in alcun modo tenute sotto controllo dai governi, come avveniva un tempo.
Oggi, almeno la metà dei conflitti in atto hanno origini etniche e quindi è necessario, per potere influire sulle cause, agire avendo sempre ben presente, come ricordava a suo tempo il presidente della Commissione europea, Jacque Delors, che se l’uomo è dotato dell’istinto della sopravvivenza, non possiede certo quello della convivenza. Vivere con gli altri è una conquista culturale e dunque la capacità di vivere insieme e quindi la pace riposano su una grande operazione culturale.
Per questo motivo il primo punto chiave di ogni nostro progetto riguarda proprio il rapporto pace – educazione, una educazione che non sia limitata all’età scolare, ma che consenta a tutti, nelle diverse condizioni socio economiche, di poter sviluppare per tutta la vita, o riprendere in qualsiasi momento, il loro processo educativo e formativo.
Secondo punto è l’affermazione della parità delle culture e dunque della importanza di tutte le radici culturali e il diritto per tutti di dedicarsi con particolare attenzione e amore alla loro ricerca.
Per radici culturali si intende concretamente il patrimonio costituito dalla lingua, dall’arte, dalle tradizioni, dai culti, dai riti e da tutte le altre possibili espressioni di un popolo sia materiali che immateriali.
Ma l’uomo che da una parte viene esortato ad esaltare le sue radici, deve nel contempo, con evidente contraddizione, diventare a pieno titolo cittadino del mondo. Naturalmente conciliare queste due esigenze non è certamente facile, ed è questa la sfida del terzo millennio soprattutto per i giovani: tenere assieme il rispetto di radici e tradizioni con la necessità di essere protagonisti del mondo moderno come soggetti con pieno diritto al libero accesso al progresso della scienza e della tecnologia.
Poiché la pace e la cultura, come ho voluto sottolineare, sono al vertice dei nostri obiettivi non potevamo restare indifferenti al processo di internazionalizzazione avviato dal Rettore Fabio Roversi Monaco in occasione del IX centenario dell’Università di Bologna, che non solo ha destato un grande interesse, ma ha fatto pure emergere l’esigenza di scrivere la storia di questa storica vicenda promuovendo, con uno specifico premio di studio, una ricerca che ne mettesse in luce gli aspetti più significativi. Prezioso è stato l’appoggio del prof. Roversi Monaco, presidente onorario dell’Osservatorio della Magna Charta Universitatum, al quale desidero esprimere la nostra riconoscenza, sia per i consigli e il sostegno fondamentale per la sua realizzazione, sia per aver voluto mettere a disposizione della ricercatrice il bagaglio indispensabile costituito dalla sua profonda conoscenza della materia e dalla fondamentale documentazione in suo possesso.
Desidero ringraziare il Rettore dell’Università di Bologna, prof. Francesco Ubertini, il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà per il patrocinio concesso al nostro progetto, i membri della Commissione giudicatrice, prof. ssa Francesca Sofia, prof. Stefano Cavazza e dott. Luigi Milazzi, la prof. ssa Ilaria Porciani per aver seguito la dott. ssa Valentina Casini nel corso della sua ricerca.
Un grazie al prof. Roberto Balzani che ha sottolineato nel suo intervento l’importanza del ruolo svolto dall’Università di Bologna nell’internalizzazione degli studi universitari, che ha cambiato il volto delle relazioni intellettuali in Europa
Alla dott. ssa Valentina Casini, vincitrice del premio, vanno le mie più vive congratulazioni per l’approfondita ricerca che si concretizza nella presentazione di un pregevole lavoro che d’ora innanzi costituirà un punto di riferimento per la comunità internazionale degli studiosi.
Ultimo, ma non ultimo il mio grazie al prof. Morrone che ha seguito da vicino per il Rito Scozzese la realizzazione del programma di cui oggi celebriamo con grande soddisfazione il suo compimento.
Leo Taroni 33°
SGC

lunedì 9 ottobre 2017

Cento anni fa l’omicidio di Achille Ballori. Il 30 ottobre il Grande Oriente lo ricorderà con una cerimonia davanti a Palazzo Giustiniani e con un incontro al Vascello



Lunedì 30 ottobre a Roma davanti a Palazzo Giustiniani verrà ricordato Achille Ballori ucciso a colpi di pistola da un folle alle 18.15 del 31 ottobre del 1917 mentre si trovava seduto nella sua stanza all’interno del Palazzo che allora era sede del Grande Oriente d’Italia e che il Fascismo confiscò ai massoni.
Stimato medico già direttore degli ospedali riuniti, assessore e vice sindaco  di Roma, Ballori allora 67enne ricopriva la carica di Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico Ed Accettato in attesa dell’insediamento quale nuovo Gran Maestro del Grande Oriente al posto di Ettore Ferrari.
Alla cerimonia che avrà inizio alle 16.30 parteciperanno il Gran Maestro Stefano Bisi e il Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato Leo Taroni. Verrà deposta una corona d’alloro. Alle 18 invece al Vascello ci sarà un incontro nel corso del quale verrà ricordata la figura di Achille Ballori.
Scheda

Achille Ballori

Il 31 ottobre 1917, mentre a Nord è in atto la ritirata di Caporetto, verso le 18,15 un uomo sulla quarantina con pizzetto, abito grigio e cappello a lobbia, di media statura e robusto, suona il campanello del portone in via della Dogana Vecchia di Palazzo Giustiniani a Roma. Si presenta come Giobbe Giobbi e chiede di parlare con il 67enne Gran Commendatore del Rito Scozzese Achille Ballori, nonché Gran Maestro Aggiunto e sicuro successore di Ettore Ferrari alla Gran Maestranza.
Il presunto  Giobbi si era recato già, senza trovarlo, a casa di Ballori in Via San Martino al Macao dicendo che doveva parlargli di un affare importante, ma Filomena la governante gli aveva riferito che era uscito e che lo avrebbe trovato appunto nella sede della Massoneria a Palazzo Giustiniani.
L’uomo viene fatto accomodare dagli usceri di Palazzo Giustiniani su una sedia all’ingresso, mentre un impiegato, Santolini,  raggiunge Ballori nel suo ufficio per avvisarlo dell’ospite. Ballori, che è in compagnia del professor Ulisse Bacci, il Gran Segretario della Massoneria, si reca dal visitatore.
Racconta Santolini che l’uomo chiese: “È lei il commendator Ballori?”. E che alla risposta affermativa del primo, gridò: “Voglio parlare con lei, solo, fuori tutti” e “così dicendo – è la testimonianza dell’impiegato-  fece un gesto largo con la mano e si vide che era  armato di rivoltella. Contemporaneamente cominciò a sparare dei colpi contro Ballori che mi sembrarono tre o quattro. Avvenne una grande confusione, ed io, che mi trovavo nella seconda camera, ove si trova l’archivio, corsi verso gli uffici per chiedere aiuto”.
Ballori è lasciato solo, si rincantuccia in un angolo ma quando tenta di fuggire l’assassino spara 4 colpi, uno fa cilecca. Rimette la pistola in tasca, non va però via subito, anzi si mette a fischiare l’incipit di Cavalleria. Tranquillo solo quando un altro abitante dello stabile sale le scale ed entra impugnando una pistola si allontana.
Continua Santolini. “Tornato nella camera, trovai in quella della Giunta il Comm. Ballori sorretto dal Bacci e da qualche altro, il quale disse solamente: mi pare che mi abbia ferito qui, ed accennando la nuca cadde per terra. Cercammo di sorreggerlo, trasportandolo poi sul divano, ma egli quasi subito spirò”.
Dall’esame autoptico, eseguito all’Istituto di Medicina Legale in San Bartolomeo all’Isola, emerge che la morte è avvenuta per un colpo entrato alle spalle che gli ha spappolato mezzo cuore.
L’assassino lascia Palazzo Giustiniani e in tram, alle sette e mezzo è al n. 9 di via Augusto Valenziani dove è la casa dell’ex Gran Maestro Ettore Ferrari. Si rivolge alla portiera Clorinda Discepoli, affermando di dovergli consegnare una grossa somma di denaro. Ma lei ha la prontezza di dirgli che non c’è, che rientrerà solo la mattina dopo.
Lasciata casa Ferrari l’assassino è a palazzo Sciarra, sede del “Giornale d’Italia” dove ferma un fattorino a cui chiede perché non sia ancora uscito il giornale. Quando però questi gli risponde che il ritardo è dovuto all’annuncio dell’uccisione del professor Ballori lui esulta. Quasi ne è felice.
La Questura, allertata decide di porre in sicurezza tutte le case dei massimi dirigenti della Massoneria, ed a ragione. Tant’è il sedicente Giobbe Giobbi viene arrestato il giorno dopo verso le tre e mezzo da due poliziotti proprio mentre si aggira in via Torino, dinanzi casa dell’ex Gran Maestro nonché ex sindaco di Roma Ernesto Nathan.
Interrogato in strada dai due agenti in borghese, l’uomo esibisce il passaporto. E’ intestato a Lorenzo D’Ambrosio di anni 47, nato ad Avellino e residente a Roma in via Carlo Alberto 63, di professione farmacista. Ha moglie e due figli. Portato al commissariato di P.S. di via Magnanapoli, viene perquisito. In tasca ha un coltello a serramanico «a foglia d’olivo» di 9 cm e un revolver Smith & Wesson a 5 colpi, calibro 7,65 scarico.
Anarchico individualista, dinanzi al commissario manifesta tutta la sua avversione psicotica contro la Massoneria, che accusa delle peggiori cose del mondo secondo un ossessivo canone persecutorio. Era stato edotto a questa visione sotto le armi dal commilitone Angiolillo, l’anarchico che nel 1897 ammazzò il primo ministro spagnolo Cánovas del Castillo.
Assurde le accuse che D’Ambrosio rivolge all’Obbedienza: la porta di casa imbrattata di sterco, ricoperta di «segni minatori». Eppoi minacce ai suoi clienti per dissuaderli dall’entrare nella sua farmacia al punto da essere costretto a venderla.
Ed ancora la considera colpevole del suo internamento nel manicomio di Nocera nel 1916, e di ogni altro accidente o follia connessa alla sua vita, come la morte della sorella Costantina in America, asfissiata dalle esalazioni di gas illuminante per un rubinetto lasciato aperto.
Uscito dal manicomio di Nocera Inferiore, D’Ambrosio decide di vendicarsi. Dopo esserci stato già altre volte, si trasferisce definitivamente a Roma, qui trova lavoro presso alcune farmacie da cui per comportamenti strani viene ripetutamente licenziato. Ha un buon stipendio, 250 lire al mese. Dopo essersi fatto ancora licenziare il 24 ottobre si reca dall’armiere Armando Frinchillucci, in via Quattro Fontane 118 e acquista per 40 lire un revolver. Trova gli indirizzi dei massoni sulla Guida Monaci. Ed inizia a pedinare per primo lo scultore Ettore Ferrari, ma decide che la sua prima vittima deve essere Achille Ballori, il futuro Gran Maestro.
Durante l’interrogatorio dirà: “Debbo dichiarare che non avevo ragione alcuna di speciale antipatia per il Ballori, persona di ottimo cuore e di grande onestà. La mia intenzione era di colpire la Massoneria nelle sue personalità più rappresentative: avevo idea di uccidere, oltre il povero Ballori, anche Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan. Che io non avessi ragione di odio contro il Ballori ve lo dimostri il fatto che stamane ho comprato due mazzi di fiori per deporre sulla sua tomba. Se non mi aveste arrestato avrei seguito fino all’ultimo il mio programma. Sabato mi sarei recato ai funerali del Ballori, e avrei fatto una strage […]
Nel corso dell’istruttoria il giudice Mosca, per il sospetto che fosse pazzo, chiede una perizia psichiatrica dell’imputato. Da essa risulta che Lorenzo D’Ambrosio è un «alienato criminale» affetto da «demenza paranoide», pertanto ritengono che ai sensi dell’art. 46 del Codice Penale egli non sia imputabile, ma essendo la sua libertà «pericolosa a sé e agli altri» si ordina il suo ricovero in manicomio. (Autore: Servizio Biblioteca)
Chi era Achille Ballori
Achille Ballori: medico, nacque a Dicomano (Pisa) il 29 aprile 1850. Fu direttore dell’ospedale civile di Mantova prima e degli ospedali Riuniti di Roma poi. Sotto l’amministrazione Nathan fu assessore all’igiene al Comune di Roma.
Nel 1874 risulta Maestro nella Loggia “Umanità e Progresso” di Pisa e nel 1891 fu Maestro Venerabile della Loggia “Rienzi” di Roma. Nel 1893 fu eletto Grande Maestro Aggiunto del Grande Oriente d’Italia. Il 20 marzo 1899 fu insignito del 33° grado e nel 1906 divenne Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico ed Accettato, carica che ricoprì sino alla morte. Per sua volontà fu cremato e seppellito nella tomba monumentale dei Gran Maestri al Verano.
Un Radio dramma per ricordare la tragedia
Durante la Gran Loggia di Rimini del 2016, in apertura delle porte del tempio a conclusione della prima giornata di lavori, venne mandanta in onda   una drammatizzazione radiofonica intitolata “Il delitto di Palazzo Giustiniani” che ricostruiva appunto l’assassinio di Achille Ballori. A firmare l’opera, della durata di circa 6 minuti, e realizzata sulla base di documenti giudiziari originali,  rapporti della polizia che indagò sul caso, articoli pubblicati dalla stampa d’epoca,  Enzo Antonio Cicchino e Andrea Giuliano. Ballori era un personaggio noto nella capitale – fu direttore degli Ospedali Riuniti, consigliere comunale, vicesindaco e assessore nella giunta Nathan – e i giornali si occuparono molto del suo omicidio. Il radio dramma ha ricostruito quei fatti e il delirio dell’omicida, Lorenzo D’Ambrosio, che riferì agli inquirenti: “debbo dichiarare che non avevo ragione alcuna di speciale antipatia per il Ballori, persona di ottimo cuore e di grande onestà. La mia intenzione era di colpire la Massoneria nelle sue personalità più rappresentative: avevo idea di uccidere, oltre il povero Ballori, anche Ettore Ferrari ed Ernesto Nathan”.
Della vicenda si interessò anche il criminologo Enrico Ferri: “D’Ambrosio è evidentemente un allucinato […] la sua forma di follia mi sembra essere la paranoia o il delirio di persecuzione”. Il 29 aprile 1918, l’assassino venne prosciolto perché ritenuto “totalmente infermo di mente” e rinchiuso per sempre in manicomio.

Bologna, Rito scozzese antico ed accettato: Premio studio sul IX centenario dell’Università e il processo di internazionalizzazione dell’Accademia italiana






(AGENPARL) – Bologna, 09 ott 2017 – Il Rito Scozzese Antico e Accettato che ho l’onore di rappresentare costituisce una parte importante nella storia e nello sviluppo della Libera Muratoria e affonda le sue radici negli ordini della cavalleria occidentale. Lo dichiara il Sovrano Gran Commendatore del Rito scozzese antico ed accettato, Leo Taroni, in una nota.
La sua prima apparizione in una forma organizzata risale al 1733 e da allora cominciò la sua ascesa in parallelo con la nascita delle Grandi Logge fino alla costituzione dei Supremi Consigli nelle rispettive giurisdizioni nazionali. Il Supremo Consiglio d’Italia, terzo dopo gli Stati Uniti e la Francia, fu fondato a Milano nel 1805.
Il Rito Scozzese oltre ad offrire ai suoi adepti un processo di perfezionamento articolato in gradi ai quali possono essere elevati secondo la loro maturità e i loro meriti, e quindi attraverso una ricerca fondata sullo studio e sulla riflessione dei rispettivi rituali, persegue quegli scopi che derivano proprio dallo spirito della cavalleria antica come la pratica della rettitudine, il culto della verità, della giustizia e della libertà, in un’ azione che deve sempre essere caratterizzata dalla tolleranza e dalla saggezza.
Al primo posto sta la difesa dei più deboli contro le prevaricazioni e le ingiustizie dei più forti e ne consegue un’opera costante per l’affermazione dei diritti delle donne e degli uomini.
Non è, quindi, un caso che dalla stesura dell’Atto di indipendenza degli Stati Uniti fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, sia stata costante la presenza e l’impulso di importanti personalità della Liberia muratoria e del Rito scozzese in particolare.
Si è trattato di una grande operazione umanitaria e culturale nello stesso tempo.
Infatti, L’art 26 della Dichiarazione universale nell’affermare che ogni individuo ha diritto all’istruzione, precisa che la stessa «deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni e i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace».
Da ciò il nostro grande interesse per la cultura e per le istituzioni che la promuovono, al vertice delle quali stanno le Università, punti di riferimento, ma anche centri formativi di altissimo valore per i nostri giovani e, come è stato detto, «strumenti essenziali per lo sviluppo ed il consolidamento di società democratiche stabili e pacifiche».
Il concetto di pace e di pacifismo dovette essere rivisto con la fine della guerra fredda.
Non furono più le divergenze fra potenze grandi e piccole a giocare un ruolo determinante per la pace o per la guerra, che non potevano più essere in alcun modo tenute sotto controllo dai governi, come avveniva un tempo.
Oggi, almeno la metà dei conflitti in atto hanno origini etniche e quindi è necessario, per potere influire sulle cause, agire avendo sempre ben presente, come ricordava a suo tempo il presidente della Commissione europea, Jacque Delors, che se l’uomo è dotato dell’istinto della sopravvivenza, non possiede certo quello della convivenza. Vivere con gli altri è una conquista culturale e dunque la capacità di vivere insieme e quindi la pace riposano su una grande operazione culturale.
Per questo motivo il primo punto chiave di ogni nostro progetto riguarda proprio il rapporto pace – educazione, una educazione che non sia limitata all’età scolare, ma che consenta a tutti, nelle diverse condizioni socio economiche, di poter sviluppare per tutta la vita, o riprendere in qualsiasi momento, il loro processo educativo e formativo.
Secondo punto è l’affermazione della parità delle culture e dunque della importanza di tutte le radici culturali e il diritto per tutti di dedicarsi con particolare attenzione e amore alla loro ricerca.
Per radici culturali si intende concretamente il patrimonio costituito dalla lingua, dall’arte, dalle tradizioni, dai culti, dai riti e da tutte le altre possibili espressioni di un popolo sia materiali che immateriali.

Ma l’uomo che da una parte viene esortato ad esaltare le sue radici, deve nel contempo, con evidente contraddizione, diventare a pieno titolo cittadino del mondo. Naturalmente conciliare queste due esigenze non è certamente facile, ed è questa la sfida del terzo millennio soprattutto per i giovani: tenere assieme il rispetto di radici e tradizioni con la necessità di essere protagonisti del mondo moderno come soggetti con pieno diritto al libero accesso al progresso della scienza e della tecnologia.

Poiché la pace e la cultura, come ho voluto sottolineare, sono al vertice dei nostri obiettivi non potevamo restare indifferenti al processo di internazionalizzazione avviato dal Rettore Fabio Roversi Monaco in occasione del IX centenario dell’Università di Bologna, che non solo ha destato un grande interesse, ma ha fatto pure emergere l’esigenza di scrivere la storia di questa storica vicenda promuovendo, con uno specifico premio di studio, una ricerca che ne mettesse in luce gli aspetti più significativi. Prezioso è stato l’appoggio del prof Roversi Monaco, presidente onorario dell’Osservatorio della Magna Charta Universitatum, al quale desidero esprimere la nostra riconoscenza, sia per i consigli e il sostegno fondamentale per la sua realizzazione, sia per aver voluto mettere a disposizione della ricercatrice il bagaglio indispensabile costituito dalla sua profonda conoscenza della materia e dalla fondamentale documentazione in suo possesso.
Desidero ringraziare il Rettore dell’Università di Bologna, prof. Francesco Ubertini, il Dipartimento di Storia Culture e Civiltà per il patrocinio concesso al nostro progetto, i membri della Commissione giudicatrice, prof. Francesca Sofia, prof. Stefano Cavazza e dott. Luigi Milazzi, la   prof. Ilaria Porciani per aver seguito la dott. Valentina Casini nel corso della sua ricerca.
Un grazie al prof. Roberto Balzani che ha sottolineato nel suo intervento l’importanza del ruolo svolto dall’Università di Bologna nell’internalizzazione degli studi universitari, che ha cambiato il volto delle relazioni intellettuali in Europa
Alla dott.ssa Valentina Casini, vincitrice del premio, vanno le mie più vive congratulazioni per l’approfondita ricerca che si concretizza nella presentazione di un pregevole lavoro che d’ora innanzi costituirà un punto di riferimento per la comunità internazionale degli studiosi.
Ultimo, ma non ultimo il mio grazie al prof. Morrone che ha seguito da vicino per il Rito Scozzese la realizzazione del programma di cui oggi celebriamo con grande soddisfazione il suo compimento.

sabato 30 settembre 2017

Bologna. Il IX centenario dell’Università e il processo di internazionalizzazione dell’Accademia italiana





Sabato 7 ottobre alle ore 10 presso l’aula Giorgio Prodi del Dipartimento di Storia Culture Civiltà in Piazza San Giovanni in Monte, 2- Bologna, si parlerà della Magna Charta Universitatum con la cerimonia di conferimento della borsa di studio promossa dal Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico ed Accettato per la Giurisdizione Massonica Italiana, in collaborazione con il Dipartimento di Storia Culture Civiltà e del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università degli Studi di Bologna. L’evento rientra nell’ambito del programma già da tempo deliberato dal Rito Scozzese di sostegno ad iniziative culturali. La Dott.ssa Valentina Casini vincitrice del bando ha sviluppato il tema con una ricerca sugli sviluppi contemporanei, sull’attualità e sul rilievo accademico che ancora oggi caratterizzano la Magna Charta Universitatum. La firma della Magna Charta è stato uno dei momenti più rilevanti della storia dell’Università di Bologna e ha dato l’avvio, in occasione del IX Centenario dell’Alma Mater, al processo di internazionalizzazione. Nel 1988, nella suggestiva cornice di Piazza Maggiore si è svolta la cerimonia, voluta dal Rettore Prof. Fabio Roversi Monaco attuale Presidente Onorario dell’Osservatorio della Magna Charta, della sottoscrizione da parte di 388 Rettori provenienti da tutta Europa, e oltre, della Magna Charta Universitatum, che ha rappresentato con la Convenzione di Lisbona del 1977 e la Dichiarazione di Bologna del 1999, il pilastro di un’autentica rivoluzione culturale che ha cambiato il volto delle relazioni intellettuali nel vecchio continente. Il lavoro della Dott.ssa Casini con la prefazione del Professor Fabio Roversi Monaco, il documento della Magna Charta Universitatum e le foto della cerimonia in Piazza Maggiore è stato pubblicato dalla Bononia University Press.
Il programma della manifestazione organizzata con il Patrocinio del Dipartimento di Storia Culture Civiltàprevede gli interventi del Professor Fabio Roversi Monaco, Presidente Onorario dell’Osservatorio della Magna Charta Universitatum;  della Professoressa Francesca Sofia, Direttore del Dipartimento di Storia Cultura Civiltà, del Dott. Leo Taroni, Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico e Accettato, del Professor Gianfranco Morrone, Ispettore Provinciale di Bologna del Rito Scozzese Antico e Accettato; del Professor Stefano Cavazza, del Dipartimento di Scienze politiche e sociali; del Dottor Luigi Milazzi, Past Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese Antico e Accettato e della Professoressa Ilaria Porciani del Dipartimento di Storia Culture Civiltà.
Il Professor Roberto Balzani, del Dipartimento di Storia Culture Civiltà, terrà la relazione dal titolo
L’Università di Bologna fra autonomia e internazionalizzazione: la svolta di fine secolo.