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mercoledì 25 ottobre 2017

Il Rituale Emulation - Riflessioni sull'Esoterismo





di Daniele Mansuino


Giugno 2008


Non è possibile, per un Maestro Massone, accostarsi al rituale Emulation senza un sentimento di rispettosa reverenza. Se è vero che l’intero cammino massonico è tutto sintetizzato nei tre Gradi Azzurri, il rituale messo a punto nel 1823 dalla ELOI (Emulation Lodge Of Improvement ) ne distilla l’essenza, concentrando il meglio delle diverse tradizioni in pochi tratti fondamentali.

Negli anni settanta, Emulation venne introdotto in Italia ad opera di Fratelli provenienti dalla ritualità scozzese, e da allora in poi fu sempre praticato in Templi massonici concepiti e arredati in origine per il rituale scozzese. Questi due fatti hanno determinato un curioso effetto : per quanto esistano ormai moltissimi Fratelli italiani assai competenti riguardo all’esecuzione di Emulation, pochi tra loro sono in grado di distinguere esattamente i supporti simbolici strettamente pertinenti alla sua ritualità.

E’ quest’ultimo un argomento che, se trattato per esteso, potrebbe occupare centinaia di pagine ; qui mi limiterò ad alcuni brevissimi accenni, cogliendo l’occasione per segnalare alcuni spunti di riflessione inediti che, a mio modesto parere, potrebbero essere proficuamente sviluppati.

Trattandosi di un articolo aperto al pubblico, fatta esclusione per due brevi citazioni avulse dal contesto ho omesso di riprodurre letteralmente i dialoghi rituali ; tutte le descrizioni riguardo a quanto avviene nel Tempio sono parafrasate, e limitate a quanto che basta per avviare la riflessione.

Una premessa è necessaria : esistono due modi per analizzare il simbolismo di un rituale massonico. Il primo è rapportarlo con il simbolismo massonico tradizionale ; non ho scelto questa strada perché non mi sentivo sufficientemente qualificato a percorrerla. Infatti l’Emulation è il prodotto di un tale titanico lavoro di rielaborazione che per analizzarlo, anche soltanto in minima parte, è necessario un livello di conoscenza della storia della Massoneria che pochi fuori dall’Inghilterra possono vantare, e tra quei pochi io non ci sono.

Il secondo è rapportarlo con il simbolismo esoterico in generale : metodo meno seguito ma non per questo meno interessante. Soprattutto di questi tempi in cui la Massoneria è affiancata in Occidente dalla presenza di altre organizzazioni iniziatiche, un grande interesse si va sviluppando intorno ai possibili “esperanti” che consentano di conciliare le diverse esperienze esoteriche, ma spesso questi tentativi improvvisati denotano approssimazione e confusione su temi che richiederebbero invece riflessioni misurate e prudenti.

E’ in questo senso che ho cercato di avviare il discorso, perlomeno sotto forma di spunti che il lettore è libero di sviluppare come il cuore gli suggerisce. E’ un approccio che può essere considerato più facile o più difficile, secondo il lato da cui lo si prende : da una parte è indubbiamente è molto più ampia la gamma di analogie offerta all’immaginazione dal mare magnum dell’esoterismo extramassonico, ma proprio per questo è anche più facile “barare”, a volte involontariamente, prendendo in considerazione nell’oggetto della nostra analisi soltanto le cose che abbiamo interesse a vederci.

Da questo punto di vista l’esame dell’Emulation è particolarmente rischioso, perché la sua diffusione in Italia è stata sempre accompagnata da più o meno velate polemiche – sporadicamente già trattate in altri articoli di questa rubrica – che si sono già ripercosse anche sulle (poche) analisi del rituale già presenti in rete e altrove. Ho avuto la conferma di questo fatto quando alcuni Fratelli – dopo aver letto il mio articolo Orizzonti del Grande Oriente – mi sono venuti a chiedere come sia possibile che un Massone laico e “di sinistra” come me si schieri a favore di un rituale “autoritario”: tale almeno è l’Emulation ai loro occhi.

Gli ho risposto che io sono innanzitutto un esoterista, e che il valore di un rituale – massonico o meno – lo considero in base al suo contenuto di “influenze C” (per usare un termine gurdjieffiano) : ovvero alla sua capacità di trarre fuori chi lo pratica dalla dimensione profana e di avviarlo sul cammino della conoscenza.

A parte questo, non credo proprio che l’accusa di autoritarismo sia appropriata a questo caso, e uno dei modi per combatterla consiste proprio nel dare risalto all’umile semplicità dell’attrezzatura necessaria perché una Loggia Emulation possa intraprendere regolarmente i lavori.

Attenendosi ai testi che dell’Emulation sono la fonte (ovvero il rituale ELOI e il cosiddetto “rituale nigeriano”), i soli simboli prescritti per il locale sono : la lettera G, disposta sull’asse est-ovest della sala (è questa la sola decorazione muraria richiesta) e il Pavimento a scacchi ospitante nel suo centro il Quadro di Loggia, che è simile in Emulation a quello delle Logge Scozzesi.

Ancora, nell’Emulation praticato al di fuori dei Templi scozzesi le colonne J e B nonfanno parte dell’arredamento. Facoltativa è la Pietra Cubica sul banco del Primo Sorvegliante, e la Pietra Grezza sul banco del Secondo.

Sul banco di entrambi i Sorveglianti sono invece presenti le classiche colonnine, l’una da alzare e l’altra da abbassare in Apertura dei Lavori. Del tutto analoghe a quelle del rituale scozzese sono anche le Tre Luci (materialmente rappresentate da tre piccole colonne, recanti le candele del Maestro Venerabile e dei due Sorveglianti) ; analoga è anche la consueta dotazione di collari, attrezzi e spade.

Un’altra differenza risiede nella mancanza del Maestro delle Cerimonie. Nell’Emulation che viene praticato in seno ai principali Ordini, tale figura è stata introdotta ; nell’Emulation originario invece esiste soltanto un “Direttore delle Cerimonie”, il cui compito è di coordinare le “riunioni di istruzione” (che in teoria dovrebbero essere organizzate almeno con la stessa frequenza delle tornate di Loggia).

Molto significativamente (e se vogliamo, con un pizzico d’orgoglio), nella ELOI la carica di Direttore delle Cerimonie non viene assegnata ; di qui l’ostinazione con cui certi puristi dell’Emulation ostentano di non considerare il Maestro delle Cerimonie una presenza necessaria per lo svolgimento della tornata, ma nelle nazioni latine il loro punto di vista non ha incontrato, fino ad oggi, nessuna fortuna.

La disposizione degli Ufficiali e dei Fratelli nella Loggia Emulation non è diversa sostanzialmente da quella scozzese. Certe differenze che si possono talora osservare non sono da ricondurre a una presunta divergenza di prescrizioni in materia, quanto piuttosto alla libertà che entrambi i rituali concedono alle Logge su questo punto.

E’ invece prescritto a livello rituale che, in Emulation, i Fratelli si rechino direttamente al loro posto, ovvero senza percorrere il Tempio a squadra (fatta eccezione per alcuni casi particolari).

Non esiste neanche una procedura standard per l’ingresso in Loggia. Ogni Officina è lasciata libera di regolarsi come vuole, salvo per gli ultimi ingressi che devono seguire l’ordine seguente : Past Master, Diaconi, Sorveglianti e Maestro Venerabile. L’ingresso del Maestro Venerabile e dei Sorveglianti può essere annunciato dal Direttore delle Cerimonie, ma l’annuncio è facoltativo.




La processione e l’insediamento del Maestro Venerabile e dei Sorveglianti seguono un itinerario prescritto accompagnato da gesti ben precisi, che non ritengo opportuno riportare.

Mi è stato invece consentito di fornire una traduzione libera (non corrispondente a quella in uso presso le Logge Emulation italiane) dell’Inno di Apertura dei Lavori :




Eterno Autore del Mondo
Per la cui grazia tutto abbonda,
Cantiamo i Tuoi ampi disegni,
Grande Architetto divino.

Concedi che, nei nostri lavori
La Fede nella Tua Legge
Che apre la cerimonia
Apporti pace e armonia.

Per la Tua insigne maestà,
Per i nostri simboli e segni,
Esaudisci i nostri voleri umani,
Grande Architetto Divino.




Dopo il canto, il Maestro Venerabile e i Sorveglianti battono un colpo, e i lavori della Loggia vengono aperti in grado di Apprendista. La procedura in questa fase è molto vicina a quella scozzese, salvo che la messa all’ordine in grado di Apprendista viene sempre (quando la struttura del Tempio lo consente) preceduta da un passo. Anche le risposte degli Ufficiali di Loggia alle domande del Maestro Venerabile sono leggermente più prolisse, integrate da curiosi richiami simbolici – estratti, a suo tempo, dai coloriti rituali degli Antients – che mi dolgo assai di non sentirmi autorizzato a citare e commentare.

Portata a termine l’Apertura e assolti i doveri all’ordine del giorno, il Maestro Venerabile chiede agli Apprendisti di ritirarsi. Accompagnati dal Direttore delle Cerimonie, abbandonano il Tempio senza percorrere la Loggia a squadra e senza salutare. Non avrebbero motivo di farlo, perché il loro corpo energetico ha già ricevuto le istruzioni necessarie al suo processo evolutivo, e di questo non devono dire grazie perché è un loro diritto ottenerle ; ci si aspetta da loro tacitamente che tale insegnamento sia messo a frutto.

Segue immediatamente l’Apertura in grado di Compagno d’Arte, per la quale valgono le stesse osservazioni fatte sopra. Appena reso il dovuto omaggio al Grande Geometra dell’Universo, il Maestro Venerabile invita anche i Compagni ad uscire.

L’Apertura in grado di Maestro è, nella mia percezione soggettiva, uno dei riti più commoventi del rituale massonico. Le due precedenti Aperture hanno intensificato l’atmosfera al punto di trasformare il sentimento di Fratellanza che aleggia tra le colonne in qualcosa di tangibile : questo avviene sempre, anche quando la Loggia è divisa da contrasti o conflitti. Ogni “emozione negativa” in quel momento è messa da parte, e tutti in silenzio si abbeverano alla generosa fonte della maestranza massonica, destinata a non estinguersi mai finché sulla Terra esisterà l’uomo.

Fratello Primo Sorvegliante, dove è diretto il vostro cammino ?

Verso Occidente.

Per quale motivo avete lasciato l’Oriente per recarvi all’Occidente ?

Per cercare ciò che venne perduto, e che noi speriamo di ritrovare grazie ai Vostri insegnamenti e ai nostri sforzi.

(…)

Dove sperate di ritrovarlo ?

Con il centro…

“Con” il centro, e non “nel” centro : non si tratta di un errore, ma di un’allusione alla “quadratura della Pietra”. Secondo una leggenda massonica, fu Euclide che mostrò ai Liberi Muratori come si può formare un quadrato, in qualunque posizione dello spazio, partendo dal centro di un cerchio.

Perché con il centro ?

Perché è il punto nel quale un Maestro Massone non può fallire.

Nel corso di una tornata ordinaria, portate a termine le tre Aperture si passa direttamente alle tre Chiusure, ad esse simmetriche. Ma in Emulation, viene ogni anno il momento in cui un nuovo Maestro Venerabile deve essere creato, e deve essere messo in opera il rituale dell’Installazione.

Nell’ambito di certi Orienti nazionali è previsto che anche i Maestri Venerabili eletti nelle Logge di rituale scozzese vengano installati, ma non è così dappertutto. Di conseguenza, se alla tornata di Installazione fosse presente nella Loggia anche un Maestro Venerabile non installato, la sua carica non verrebbe riconosciuta. Poiché non conosce né il segno né la parola di passo, è tenuto a uscire dal Tempio insieme ai Maestri comuni : nel corso della storia massonica, non si contano i piccoli “incidenti diplomatici” determinati da questo inconveniente non secondario. Per questo non mi stancherò mai di segnalare l’opportunità che l’Installazione dei Maestri Venerabili scozzesi sia promossa anche in Italia.

Questo rituale può essere ricondotto a due temi fondamentali :

- il simbolismo dei punti cardinali, il cui dominio da parte del Maestro Massone Installato equivale simbolicamente al dominio sul piano della materia ;

- la leggenda di Adonhiram. La sua interpretazione “tradizionale” pone l’accento sul dettaglio dell’ “Esaltazione” (il Re Salomone rialza per le braccia Adonhiram, prostrato dinnanzi a lui), e lo ricollega a Sal. 89: 20 ( “Io ho esaltato un eletto di mezzo al popolo”) per ravvisare in questo gesto la trasmissione di un’ “influenza spirituale” ; chi invece ha qualche dubbio riguardo all’esistenza di una cosa del genere, vi legge comunque un limpido e splendido apologo sul valore e le modalità della trasmissione diretta in campo iniziatico.




La stessa leggenda, come è noto, è anche al centro del 4° grado (Maestro Segreto) nel Rito Scozzese. Per quanto non abbia molto senso confrontare due sistemi massonici (entrambi sono espressione di una tradizione iniziatica regolare, entrambi quindi sono “giusti e perfetti” nel rispondere alle esigenze delle individualità che ad essi si rivolgono), è doveroso rilevare ancora una volta che le concordanze tra Emulation e ritualità scozzese sono assai ampie : si differenziano solo per quanto concerne dettagli marginali, conciliabili tra loro senza la minima difficoltà.

Per esempio, in Emulation troviamo piccole differenze a livello dei segni d’ordine : leggermente diverso è il saluto del Compagno. Inoltre gli Apprendisti non sono tenuti a stare all’ordine quando sono in piedi (salvo qualora si tratti di dare il benvenuto a un importante visitatore) : la loro posizione abituale è con entrambe le braccia distese lungo i fianchi.

Altrettanto doveroso è tuttavia notare che, fatta astrazione dal livello simbolico, a livello operativo la differenza i due sistemi è assai più grande, come ben sa chiunque abbia lavorato con entrambi.

Il fatto è che il rituale scozzese è strutturato in modo tale da incoraggiare una lettura del simbolismo massonico soprattutto “visiva” (come viene evidenziato, in modo abbastanza lineare ed esplicito, in certe parti del rituale di iniziazione al grado di Compagno), mentre Emulation pone una maggiore enfasi sulla chiave “auditiva”, che ha come immediata conseguenza un maggiore coinvolgimento a livello corporeo.

Soltanto nel lavoro di Loggia questa diversità si può cogliere con chiarezza, a partire dal dettaglio (di per sé piuttosto banale) che il Maestro Venerabile Emulation è assai più economo del suo collega scozzese nell’uso del maglietto ; in quanto è previsto (salvo eccezioni) che ogni colpo da lui battuto sia sempre ripetuto da entrambi i Sorveglianti, e questo potrebbe causare in alcuni casi effetti grotteschi.

Più in generale, in Emulation molta attenzione è consacrata all’esecuzione di segni, toccamenti e passi. Viene considerato un grave errore, per esempio, mettersi in movimento prima che il Maestro Venerabile abbia finito di parlare.

Ancora, dopo le deambulazioni l’esecuzione di tutti i segni e toccamenti deve essere preceduta dai “passi”, e non è concesso al Fratello che deve eseguirli di indugiare goffamente per aggiustare la posizione dei piedi : dopo un breve arresto, deve passare dalla normale camminata all’esecuzione dei passi con un movimento fluido e spontaneo.

Sono questi soltanto alcuni dei dettagli che trasformano una tornata di Emulation eseguita a regola d’arte in uno spettacolo indimenticabile anche dal punto di vista coreografico. Nelle migliori Officine, grande cura viene posta nell’intervallare a ritmo i colpi di maglietto e scandire in base a quel ritmo i passi e i gesti dei Fratelli, secondo una tecnica che si tramanda direttamente dai giorni più remoti della Massoneria operativa ; la sua applicazione determina effetti ben precisi a livello inconscio, che valgono ad avviare il processo di trasmutazione interiore.

Questo risultato viene ottenuto con mezzi analoghi a quelli attuati da Gurdjieff per tramite della danza e del “lavoro sui movimenti” : porre in atto il risveglio della consapevolezza allenando l’attenzione.

Per quanto sia inopportuno parlare in questo caso di trance sciamanica, si può notare tuttavia che la ritualità massonica vale in questo caso all’ottenimento dello stesso fine : uniformare i ritmi del corpo alle condizioni spaziotemporali che differenziano la dimensione rituale da quella profana.

Tutti i Massoni, secondo qualsiasi rituale lavorino, hanno sperimentato una volta o l’altra questa esperienza. Si entra nel Tempio distratti e sonnacchiosi, e all’improvviso ci si ritrova ben desti, in una dimensione nuova nella quale lo Spazio e il Tempo hanno magicamente acquistato un diverso valore.

Sono momenti impareggiabili che soltanto la Massoneria è capace di dare, in cui si ha la sensazione di comprendere pienamente la dimensione in cui l’essere umano è chiamato a vivere ; ad essi alludeva il Fratello Réné Guénon, quando parlava di uno Spazio e di un Tempo qualificati. Ad essi allude anche l’uso Emulation di accendere le Tre Luci prima dell’ingresso dei Fratelli nel Tempio : a significare che è la natura del lavoro massonico operativo a innescare il processo di evoluzione interiore dei Fratelli e non l’azione individuale di questi ultimi, ovvero non viceversa.

E’ forse un po’ semplicistico affermare, come scrissi con giovanile entusiasmo una ventina d’anni fa, che la Massoneria è una confraternita sciamanica il cui totem è l’Acacia ; eppure, con il passar del tempo – come avvenne una trentina di anni fa a proposito dei rapporti tra Massoneria e Sufismo - sempre più chiare le analogie tra Massoneria e sciamanesimo vengono alla luce ; e quando saranno supportate da serie ricerche svolte in questo senso, il ruolo dell’istituzione massonica nel difficile e complesso momento storico che stiamo vivendo ci apparirà più chiaro.




Daniele Mansuino
(con la collaborazione di Giovanni Domma)

mercoledì 18 ottobre 2017

St. John the Baptist, Patron Saint of Freemasonry



Written by:
Phillip G. “Phil” Elam, Grand Orator (1999-2000)
Grand Lodge of Ancient, Free and Accepted Masons of the State of Missouri

By history, custom, tradition and ritualistic requirements, the Craft holds in veneration the Festival Days of St. John the Baptist on June 24th, and St. John the Evangelist on December 27th. Any Blue Lodge that forgets either of these important Festival Days forfeits a precious link with the past and loses an opportunity for the renewal of allegiance to everything in Freemasonry symbolized by these Patron Saints.


Why the two Saints John?

No satisfactory explanation has yet been advanced to explain why operative Masons adopted these two particular Christian saints, when, for example, St. Thomas, the patron of architecture and building, was already in wide use.
Regardless, Freemasons agree that the choice of these two ancient Brethren was, indeed, wise. No other two great teachers, wise men, or saints could have been found who better exemplified through their lives and works the sublime doctrine and ageless teachings of Freemasonry.
It was a common custom in the Middle Ages for craftsmen to place themselves under the protection of some saint of the church. All the London trades appear to have ranged themselves under the banner of some saint and if possible they chose one who bore fancied relation to their trades Thus, the fishmongers adopted St. Peter; glove makers chose St. Crispin; guards chose St. Matthew; tilers chose St. Barbara; tailors often chose Eve; lawyers selected St. Mark; lead workers chose St. Sebastian; stone cutters chose the Four Crowned Martyrs; doctors chose St. Luke; astronomers chose St. Dominic; and so on.
Eleven or more medieval trade guilds chose John the Baptist as their Patron Saint. Even after exhaustive research by some of the best Masonic scholars, no one can say with any certainty why Freemasons adopted the two Saints John, or why they continue to celebrate feast days when they once held a far different significance. However, the appropriateness of the two Johns is obvious in our system of Great Moral Teachings, if we consider the spiritual suggestion of their lives.

John the Baptist

St. John the Baptist was a stern and just man, intolerant of sham, of pretense, of weakness. He was a man of strength and fire, uncompromising with evil or expediency, and, yet, courageous, humble, sincere, and magnanimous. A character at once heroic and of rugged nobility, the Greatest of Teachers said of the Baptist: “Among them that are born of woman, there hath not arisen a greater than John the Baptist.”
What do we know about John the Baptist? John was a Levite. His father Zechariah was a Temple priest of the line of Abijah, and his mother Elizabeth was also descended from Aaron. The Carpenter from Nazareth and John the Baptist were related. Their mothers, Mary and Elizabeth, were cousins. John the Baptist was born 6 months before the Nazarene, and he died about 6 months before Jesus. The angel Gabriel separately announced the coming births of the Great Teacher Christ and John the Baptist. Zechariah doubted the prophecy, and was struck dumb until John’s birth. John lived in the mountainous area of Judah, between Jerusalem and the Dead Sea. John’s clothes were made of camel’s hair, and he had a leather belt around his waist. His food was locusts and wild honey.
St John the Baptist baptising Jesus of NazarethJohn had a popular ministry. It is generally thought that his ministry started when he was about the age of 27, spreading a message of repentance to the people of Jerusalem. John’s ministry became so popular that many wondered if he was the Messiah prophesized in the ancient Hebrew teachings. We are also told that John the Baptist baptized Jesus after which he stepped away and told his disciples to follow Jesus. It would seem logical that these two would combine their ministries. Oddly enough, however, they apparently never met again.
Descriptions from various historical sources seem to indicate that John was a strong, handsome, well-formed man, and there is every indication that he was attractive to the opposite sex. However, we know that he never married, and chose to devote his life to his ministry. In addition to being concerned with the spiritual reformation of the people of the Hebrew nation, John was also interested in the affairs of state.
John’s ministry and life ended when he admonished Herod and his wife, Herodias, for their sinful behavior. John was imprisoned and was eventually beheaded. Saint Jerome wrote that Herod kept the head for a long time after, stabbing the tongue with his dagger in a demented attempt to continuously inflict punishment upon John. After he was murdered, John’s disciples came and buried his body, and then went and told the Great Teacher all that had happened. The Carpenter responded to the news of John’s death by saying, “John was a lamp that burned and gave Light, and you chose for a time to enjoy his Light.”

Festivals of the two Saints John

On June 24th, we observe the festival of summer sun and on December 27th, we observe the festival of the winter sun. The June festival commemorates John the Baptist and the December festival honors John the Evangelist.
The Festivals of the Saints John bear the names of Christian Saints, but ages ago, long before the Christian era, they bore other names. Freemasonry adopted these festivals and the Christian names, but has taken away Christian dogma, and made their observance universal for all men of all beliefs.
St. John’s the Baptist’s Day, June 24th, marks the summer solstice, when nature attains the zenith of light and life and joy. St. John’s the Evangelist’s, December 27th, symbolizes the turn of the sun’s farthest journey, which is symbolic of the attainment of wisdom, the rewards of a well-spent life, and goodwill toward men. The Catholic Church observes the birth of the Baptist as a hallowed event. Interestingly, they have no such commemoration for the birth of any of the other Saints.
In addition to being the initial Patron Saint of Freemasons, the Baptist was also considered to be the Patron Saint of the following: Bird dealers, convulsions, cutters, epilepsy, furriers, hailstorms, Knights Hospitaller, Knights of Malta, lambs, Maltese Knights, monastic life, motorways, printers, spasms, and oars.
The first Grand Lodge organized in England in 1717, on the Festival Day of the Baptist. The United Grand Lodge of England was created in 1813 on the Festival Day of the Evangelist. The day of St. John the Baptist is truly symbolic of a day of beginnings, while the day of the Evangelist is symbolic of endings.
In the English catechism of the early eighteenth century, the following three questions and answers were included as an explanation of why Lodges were dedicated to the Holy Saints John:

Why to John the Baptist?

In him, we have a singular instance of purity, of zeal, simplicity of manners, and an ardent wish to benefit mankind by his example. To him we are indebted for the introduction of that grand tenet of our institution, which it is our glory to support: Peace on earth, good will toward men.

Did John the Baptist have any equal?

To carry into execution this grand tenet; and to transmit to future ages so valuable a doctrine, an equal has been selected, John the Evangelist, in whom we find talents and learning alike conspicuous. Hence, it is to him we pay due allegiance as the patron of our art.

In what is he considered the equal of John the Baptist?

He is considered to be equal to the former in this. As the personal influence of John the Baptist could not extend beyond the bounds of a private circle or so effectually defuse the benefits of the plan he had introduced, an assistant was necessary to complete the work he had begun. In John the Evangelist, therefore, we discover the same zeal as John the Baptist, and superior abilities displayed to perfect the improvement of man; copying the example of his predecessor we view him arranging and ably digesting, by his eminent talents, the great doctrine which had been issued into the world; and transmitting by his writings, for the benefit of posterity, the influence of that doctrine to which the zeal of his predecessor had given birth. As parallels in Masonry, we rank these two patrons and class them as joint promoters of our system; to their memory in conjunction with Solomon, we are taught to pay due homage and veneration.
The Holy Saints John of FreemasonryThus, we define the two great characters to whom we owe the establishment of our tenets, and the improvement of our system; while, in the ceremony of dedication, we commemorate the virtues and transmit them to latter ages, we derive from their favor, patronage and protection.
The Volume of Sacred Law tells us that when the multitudes asked of the Baptist, “What shall we do”, John responded, thusly: “He that hath two coats, let him give to him that hath none; and he that hath meat, let him do in like manner.” To the tax collectors, he enjoined then not to exact more than the rate of taxes fixed by law. To the soldiers, who served as the police of those times, he recommended not to do violence to any man, nor falsely to denounce anyone.
St. John the Baptist was a man of character and integrity, and someone we would all do well to emulate. John was a humble man, in the best sense of the word. John preached a message of repentance. Repentance means more than just saying that, “you are sorry.” The Greek word “metanoia,” from which the word “repentance” comes literally means, “to turn around.” In other words, John urged his followers to literally turn around and move in a new direction, i.e., to move toward God instead of away from God. – mere lip service was not enough because actions speak louder than words. John wanted his followers to live lives that demonstrated their orientation toward God. Moreover, he preached this message not only with his words, but through his actions as well.
John the Baptist was simply a man who lived in one particular historical moment. Yet, his message of repentance, humility, devotion and love of God transcends time and culture. It is a message that is just as urgent and just as true today as it was 2,000 years ago. It is a message that was illustrated by John’s daily life. Moreover, it is a message that underscores so many of the values that Freemasons today exalt as ideals for the living of a moral life.

From a Lodge of the Holy Saints John at Jerusalem

Our ritual speaks of a Lodge of the Holy Saints John at Jerusalem. Many Brethren take this to refer to a Lodge at Jerusalem when it actually only refers to the Holy Saints John as being at Jerusalem. Hundreds of years ago, Scottish Lodges were referred to as St. Johns’ Lodges. Therefore, when a Brother referred to himself as coming from a Lodge of the Holy Saints John at Jerusalem, he meant only that he came from a Scottish Lodge.
When were the Holy Saints John selected as patrons of our Order? We do not have exact dates, but our ancient manuscripts indicate that St. John the Baptist was selected by Scottish, and later British, Lodges long before the Evangelist who appears for the first time in any Masonic documents in the 17th century.
We may never know the truth about John’s historical relationship with Freemasonry. We may never find out if he was a member of our Fraternity, although it is highly unlikely that he was. The truth is that it really does not matter if he was a member of our Ancient Craft. Freemasonry honors the humble man who came to be known as St. John the Baptist because his entire life exemplified duty to God through his faith, his religious practices, and through the very living of his life.
It is regrettable that we note an apparent increasing disinterest on the part of Lodges and our Brethren to honor the two Patron Saints of our Order. It is not that these two Saints need to be honored based on any ancient rituals and tradition. Rather, by holding an annual celebration in their honor, we recall to ourselves the great moral lessons each taught, and the example of piety and devotion to Deity they exhibited throughout their lives.
The imminent Masonic scholar, Joseph Fort Newton, wrote, “Righteousness and Love — those two words do not fall short of telling the whole duty of a man and a Freemason.” And Freemasons around the world could do no better in their choice of a Patron Saint and a model for living than they have in John the Baptist – a man whose life continues to shine as an example to us all – Mason and non-Mason alike!

With gratitude and recognition to the Grand Lodge of Ancient Free and Accepted Masons of the State of Missouri. All rights reserved.


venerdì 28 aprile 2017

Cultura e spiritualità della Massoneria italiana




Nell'odierna confusione generata dall'ambiguità dei valori, delle ideologie e delle correnti di pensiero sorte nel corso della storia moderna e contemporanea, l'associazione di termini quali società e iniziazione può apparire più un anacronistico ossimoro a cui associare sinistre connotazioni che un'effettiva e nobile potenzialità edificatoria; pure, oltre la fitta coltre delle umane vicissitudini, il volto della Tradizione permane imperturbato sotto il suo antico velo...
Questo studio intende affrontare il fenomeno della Massoneria italiana nella seconda metà del Novecento individuandone quei tratti culturali e spirituali che vanno a definirne l'autentica fisionomia, valicando gli effimeri confini delle contingenze storiche sino a identificarne il polo tradizionale...

venerdì 21 aprile 2017

Il Sangraal o sangue reale, Maria Maddalena moglie di Gesù e loro figlia, Sara la Nera










Particolare dell'affresco "Ultima Cena" (1495-1498) di Leonardo da Vinci, conservato a Milano. Alla destra di Gesù è seduta una donna, (Maria Maddalena?) con le veste dello stesso colore del manto di Gesù e il manto del colore della sua veste. Simon Pietro, mentre le sussurra qualcosa, passando dietro a Giuda, ha pronta una lama, proprio davanti ad Andrea, suo fratello. Clicca per ingrandire.



Da: "Il Santo Graal" di Michael Baigent, Richard Leigh, Henri Lincoln - 1982 Arnoldo Mondadori Editore.

Lo stato civile di Gesù
Non avevamo intenzione di screditare i Vangeli. Cercavamo soltanto di spigolare, di individuare certi frammenti di possibile o probabile verità e di estrarli dalla matrice di abbellimenti che li circondava. Cercavamo in particolare frammenti di carattere ben preciso: frammenti che attestassero un matrimonio tra Gesù e la donna conosciuta come la Maddalena. È superfluo aggiungere che tali attestazioni non potevano essere esplicite. Per trovarle, ce ne rendevamo conto, avremmo dovuto leggere tra le righe, colmare certe lacune, capire certe cesure e certe ellissi. Avremmo avuto a che fare con omissioni e allusioni, con riferimenti come minimo obliqui. E non avremmo dovuto cercare soltanto gli indizi relativi a un matrimonio. Avremmo dovuto anche cercare le tracce delle circostanze che potevano aver portato a un matrimonio. Quindi la nostra indagine avrebbe dovuto includere vari interrogativi, diversi ma strettamente relati. Incominciammo dal più ovvio.
1) Nei Vangeli vi sono indizi, diretti o indiretti, che facciano pensare che Gesù era sposato?
Naturalmente, non vi è mai affermato esplicitamente che lo fosse. D'altra parte, non è mai affermato esplicitamente che non lo fosse: e questo è più curioso e significativo di quanto potrebbe apparire a prima vista. Come osserva il dottor Geza Vermes dell'Università di Oxford: « Nei Vangeli c'è un silenzio totale per quanto riguarda la stato civile di Gesù... E questo è abbastanza insolito, nell'antico mondò ebraico, per suggerire indagini più approfondite ». (9)




Affresco "Ultima Cena" (1495-1498) di Leonardo da Vinci, conservato a Milano, con i nomi "ufficiali"dei commensali. Clicca sull'immagine per ingrandirla.


I Vangeli dicono che molti dei discepoli, ad esempio Pietro, erano sposati. E Gesù non predica mai il celibato. Al contrario, nel Vangelo di Matteo egli dichiara: « Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina... Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? » (19:4-5). Difficilmente questa affermazione si può conciliare con l'imposizione del celibato. E se Gesù non predicava il celibato, non vi è neppure motivo di supporre che lo praticasse. Secondo il costume ebraico del tempo, era non soltanto usuale, ma quasi obbligatorio, che un uomo si sposasse. Se si escludono certe comunità essene, il celibato era vigorosamente riprovato da tutti. Verso la fine del I secolo, un autore ebreo paragonò addirittura il celibato volontario all'omicidio; e sembra che non fosse il solo a sostenere tale punto di vista. Per un padre ebreo, trovare una moglie al proprio figlio era obbligatorio quanto provvedere a farlo circoncidere.


Affresco "Ultima Cena" (1495-1498) di Leonardo da Vinci, restaurato con tecniche digitali. Clicca sull'immagine
per ingrandirla.



Se Gesù non fosse stato sposato, questo fatto avrebbe suscitato un notevole scalpore. Avrebbe attirato l'attenzione, e sarebbe stato usato per caratterizzarlo e identificarlo. Lo avrebbe distinto, . in modo significativo, dai suoi contemporanei. Se fosse stato così, sicuramente almeno uno dei Vangeli avrebbe fatto cenno a una deviazione tanto netta dalla normale consuetudine. Se Gesù era davvero celibe come sostiene la tradizione successiva, è straordinario che non vi siano accenni alla cosa. L'assenza di riferimenti in proposito indicherebbe che Gesù, per quanto riguardava il celibato, seguisse le convenzioni dei suoi tempi e della sua cultura: indicherebbe, insomma, che era sposato. Solo questo potrebbe spiegare in modo soddisfacente il silenzio dei Vangeli al riguardo. L'argomentazione viene riassunta da uno stimato studioso contemporaneo:

“Tenuto conto del panorama culturale attestato... è estremamente improbabile che Gesù non si fosse sposato molto prima dell'inizio del suo magistero pubblico. Se si fosse ostinato a rimanere celibe, la cosa avrebbe destato scalpore, una reazione che avrebbe lasciato qualche traccia. Perciò il fatto che nei Vangeli non si parli del matrimonio di Gesù è un valido argomento, non già contro l'ipotesi del matrimonio, bensì a suo favore, poiché la pratica o la propugnazione del celibato volontario, nel contesto del mondo ebraico di quel tempo, sarebbe stata tanto eccezionale da attirare l'attenzione e suscitare commenti.” (10)
L'ipotesi del matrimonio diviene ancora più sostenibile grazie al titolo di « Rabbi », « Maestro », che nei Vangeli viene spesso dato a Gesù. È possibile, naturalmente, che questo termine sia impiegato nel senso più ampio, e indichi semplicemente un maestro autonominatosi tale. Ma la cultura dimostrata da Gesù, ad esempio nel dibattito con i dottori nel Tempio, indica che fosse ben più di un sedicente maestro; indica che ebbe una regolare istruzione rabbinica e che era riconosciuto ufficialmente come rabbi. E questo sarebbe conforme alla tradizione, che presenta Gesù come rabbi nel senso più completo della parola. Ma se Gesù era un rabbi in questo senso completo, il suo matrimonio sarebbe non soltanto verosimile, ma virtualamente certo. La Legge Mishnaica degli Ebrei è esplicita in proposito: « Un uomo non sposato non può essere un maestro ». (11)


Maria Maddalena (1598) di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto.


Nel Quarto Vangelo c'è un episodio relato a un matrimonio che potrebbe essere appunto quello di Gesù. È l'episodio delle nozze di Cana, decisamente molto noto. Tuttavia, pone certi problemi salienti che meritano un'attenta considerazione.
Secondo il racconto del Quarto Vangelo, le nozze di Cana sembrerebbero una modesta cerimonia locale, un tipico matrimonio di paese, e la sposa e lo sposo restano anonimi. A queste nozze Gesù è specificatamente « invitato », il che è un po' strano, forse, perché non aveva ancora iniziato il suo magistero. Ancora più strano, però, è il fatto che c'era anche sua madre; e la presenza della madre sembra data per scontata. Di certo, non viene spiegata in nessun modo.
Ma c'è di più. È Maria che non soltanto suggerisce al figlio di provvedere ad altro vino ma praticamente glielo ordina. Si comporta esattamente come se fosse la padrona di casa: « Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno più vino". E Gesù rispose: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" » (Giovanni 2:3-4). Maria, però, per nulla turbata, non bada alla protesta del figlio: « La madre dice ai servi:"Fate quello che vi dirà" » (Giovanni 2:5). I servitori obbediscono prontamente, come se fossero abituati a ricevere ordini da Maria e Gesù.
Sebbene Gesù cerchi di eludere la sua richiesta, Maria ottiene ciò che desidera: Gesù compie il suo primo grande miracolo, la trasmutazione dell'acqua in vino. A quanto ci fanno sapere i Vangeli, in precedenza non ha mai mostrato i suoi poteri; e Maria non avrebbe neppure motivo di presumere che li possieda. Ma anche se lo sapesse, perché quei doni, unici e sacri, dovrebbero venire usati per uno scopo tanto banale? Perché Maria dovrebbe rivolgere al figlio una richiesta del genere? E soprattutto perché due «ospiti» invitati a un matrimonio dovrebbero assumersi la responsabilità di provvedere al necessario, una responsabilità che per tradizione spetta ai padroni di casa? A meno che, naturalmente, le nozze di Cana siano le nozze di Gesù. In tal caso, sarebbe stato suo compito fornire il vino.
C'è un altro indizio che induce a pensare che le nozze di Cana siano le nozze di Gesù. Subito dopo il miracolo, « il maestro di tavola chiamò la sposo e gli disse: "Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po' brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono ». (Giovanni 2:9-10) Queste parole sembrerebbero chiaramente rivolte a Gesù. Secondo il Vangelo, tuttavia, sono rivolte allo « sposo ». Una conclusione ovvia è che Gesù e lo « sposo » siano la stessa persona.




Maria Maddalena che medita sulla corona di spine (1632) di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino.


La moglie di Gesù
2) Se Gesù era sposato, nei Vangeli c'è qualche indicazione circa l'identità di sua moglie?
A un primo esame sembrerebbe che vi siano due possibili candidate: le due donne che, oltre a sua madre, sono ricordate più volte nei Vangeli come appartenenti alla cerchia di Gesù. La prima è la Maddalena o più esattamente Maria del villaggio di Migdal, o Magdala, in Galilea. In tutti i quattro Vangeli il ruolo di questa donna è stranamente ambiguo, e ha tutta l'aria di essere stato volutamente oscurato. Nelle versioni di Marco e Matteo, la Maddalena viene menzionata per nome solo verso la fine. Compare in Giudea, al momento della Crocifissione, e figura tra i seguaci di Gesù. Nel Vangelo di Luca, invece, appare relativamente presto nel magistero di Gesù, quando questi sta ancora predicando in Galilea; quindi, sembra che lo accompagni dalla Galilea alla Giudea, o che almeno si sposti da una provincia all'altra come fa Gesù. Già questo indica che la Maddalena doveva essere sposata con qualcuno. Nella Palestina dei tempi di Gesù sarebbe stato impensabile che una donna non sposata viaggiasse senza accompagnatori ufficiali, e soprattutto che viaggiasse insieme a un capo religioso e ai suoi seguaci. Diverse tradizioni sembrano consapevoli di questa situazione potenzialmente imbarazzante. Perciò a volte viene detto che la Maddalena era la moglie di uno dei discepoli di Gesù. Se era così, però, il suo speciale rapporto con Gesù li avrebbe esposti entrambi a sospetti o persine ad accuse di adulterio.
Nonostante la tradizione popolare, nessuno dei Vangeli dice che la Maddalena sia una prostituta. Quando viene menzionata per la prima volta nel Vangelo di Luca, è presentata come una donna « dalla quale erano usciti sette demoni ». In genere si presume che questa frase alluda a un esorcismo compiuto da Gesù, e sottintende che la Maddalena era stata vittima di una « possessione diabolica ». Ma la frase può riferirsi anche a una specie di conversione o d'iniziazione rituale. Il culto di Ishtar o Astarte - la Dea Madre e « Regina del Ciclo » - comportava ad esempio un'iniziazione in sette fasi. Prima di legarsi a Gesù in un modo o nell'altro, la Maddalena poteva essere stata associata a un culto di questo tipo. Migdal, o Magdala, era il « Villaggio delle Colombe », e vi sono prove che venissero allevate colombe destinate al sacrifìcio. E la colomba era sacra ad Astarte.
Nel capitolo precedente a quello dove parla della Maddalena, Luca allude a una donna che unse Gesù. Nel Vangelo di Marco c'è una simile unzione a opera di una donna innominata. Né Luca né Marco identificano esplicitamente questa donna con la Maddalena. Ma Luca riferisce che si trattava di una « donna caduta », una « peccatrice ». I commentatori hanno desunto che la Maddalena, poiché da lei erano usciti sette diavoli, dovesse essere stata una peccatrice. Di conseguenza la donna che unge Gesù e la Maddalena finirono per venire identificate come una sola persona. In effetti, può darsi che fosse vero. Se la Maddalena era associata a un culto pagano, questo avrebbe sicuramente fatto di lei una « peccatrice » non soltanto agli occhi di Luca, ma anche di autori più tardi.


Assunzione di Maria Maddalena (1460) di Antonio del Pollaiolo, conservata a Staggia Senese.


Se la Maddalena era una « peccatrice », era anche, evidentemente, ben più della « comune prostituta » della tradizione popolare. Appare chiaro che fosse benestante o ricca. Luca riferisce, ad esempio, che tra le sue amiche figurava la moglie di un alto funzionario della corte di Erode, e che le due donne, insieme ad altre, aiutavano finanziariamente Gesù e i suoi discepoli. Anche la donna che unse Gesù era benestante; il Vangelo di Marco parla con insistenza della preziosità dell'unguento di nardo con cui fu compiuto il rito.
L'episodio dell'unzione di Gesù sembrerebbe avere un'importanza notevole. Altrimenti, perché sarebbe sottolineato dai Vangeli? Dato il rilievo che gli viene accordato, sembra trattarsi di ben più di un gesto impulsivo e spontaneo. Sembra un rito meticolosamente preordinato. Si deve ricordare che l'unzione era la prerogativa tradizionale dei re: e del « legittimo Messia », che significa « l'unto ». Ne consegue che Gesù diviene un Messia autentico in virtù dell'unzione. E la donna che lo consacra in questo ruolo augusto difficilmente può avere un'importanza trascurabile.
In ogni caso, è evidente che la Maddalena, prima della fine del magistero di Gesù, era divenuta una figura immensamente significativa. Nei tre Vangeli Sinottici il suo nome apre l'elenco delle donne che seguirono Gesù, come il nome di Simon Pietro apre l'elenco dei discepoli. E naturalmente, fu la prima a trovare la tomba vuota dopo la Crocifissione. Tra tutti i suoi seguaci, fu la Maddalena che Gesù prescelse per rivelare la propria Resurrezione.
In tutti i Vangeli, Gesù tratta la Maddalena in modo unico, preferenziale. È possibile che questo trattamento possa aver suscitato la gelosia di altri discepoli. Sembra piuttosto evidente che la tradizione successiva si adoperò per colorare in nero i precedenti della Maddalena, se non addirittura il suo nome. La trasformazione in prostituta può essere la reazione esagerata di seguaci vendicativi, decisi a macchiare la reputazione di una donna il cui legame con Gesù era più stretto del loro, e quindi ispirava un'invidia molto umana. Se altri « cristiani », quando Gesù era in vita o più tardi, nutrivano rancore nei confronti della Maddalena per il suo eccezionale legame con il loro capo spirituale, si può capire che cercassero di sminuirla agli occhi dei posteri. E non c'è dubbio che venne sminuita. Ancora oggi molti credono che fosse una cortigiana, e nel Medioevo gli ospizi per le prostitute redente erano intitolati alla Maddalena. Ma i Vangeli attestano che la donna che diede il nome a tali istituzioni non meritava affatto quella nomea.



Maria Maddalena penitente (1825) di Francesco Hayez

Quale che sia la posizione della Maddalena nei Vangeli, non è la sola candidata possibile al ruolo di moglie di Gesù. Ce n'è un'altra, che ha una parte di spicco nel Quarto Vangelo, e che può essere identificata come Maria di Betania, sorella di Marta e di Lazzaro. Maria e i suoi familiari appaiono chiaramente in stretti rapporti con Gesù. Si tratta di gente ricca: hanno una casa, in un sobborgo elegante di Gerusalemme, abbastanza grande per ospitare Gesù e tutto il suo seguito. E c'è di più: l'episodio di Lazzaro rivela che la casa comprende una tomba privata: un lusso eccezionale ai tempi di Gesù, un segno non soltanto di opulenza, ma anche di una posizione sociale elevata. Nella Gerusalemme biblica, come in ogni città moderna, i terreni costavano carissimi; e ben pochi potevano permettersi il lusso di una tomba privata.
Quando, nel Quarto Vangelo, Lazzaro si ammala, Gesù ha lasciato Betania da qualche giorno e si trova in riva al Giordano insieme ai discepoli. Quando viene informato dell'accaduto, indugia per due giorni - una reazione piuttosto curiosa - e quindi torna a Betania, dove Lazzaro giace nella tomba. Gesù si avvicina e Marta gli va incontro e grida: « Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! » (Giovanni 11:21). È un'affermazione sconcertante: perché la presenza fisica di Gesù avrebbe necessariamente evitato la morte di Lazzaro? Ma l'episodio è significativo perché Marta, quando va incontro a Gesù, è sola. Ci si aspetterebbe che sua sorella Maria vada con lei. Invece Maria sta seduta in casa... e non esce fino a quando Gesù le ordina esplicitamente di farlo. Il particolare diviene più chiaro nel Vangelo « segreto » di Marco, scoperto dal professor Morton Smith e citato più sopra in questo capitolo. Nel racconto soppresso, sembrerebbe che Maria esca dalla casa prima che Gesù glielo comandi. E viene prontamente rimproverata dai discepoli, che Gesù è costretto a far tacere.
Sarebbe piuttosto plausibile che Maria se ne resti seduta in casa quando Gesù giunge a Betania. Secondo la consuetudine ebraica, doveva « sedere in Shiveh »: sedere in lutto. Ma perché non accompagna Marta, perché non si precipita incontro a Gesù che ritorna? C'è una sola spiegazione ovvia. Secondo i dettami della legge ebraica di quel tempo, una donna che « sedeva in Shiveh » non poteva uscire di casa se non per ordine espresso del marito. In questo episodio il comportamento di Gesù e di Maria di Betania corrisponde in modo esatto al comportamento tradizionale di un Ebreo e di sua moglie.
C'è un altro indizio a favore di un possibile matrimonio tra Gesù e Maria di Betania. Appare, più o meno come un non seguitar, nel Vangelo di Luca:
Mentre erano in cammino, [Gesù] entrò in un villaggio e una donna di nome Marta lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti disse: « Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti ». Ma Gesù le rispose: « Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta » (Luca 10:38-42).
A giudicare dalle parole di Marta, sembra evidente che Gesù eserciti su Maria una sorta di autorità. Ancora più importante, tuttavia, è la risposta di Gesù. In qualunque altro contesto, non si esiterebbe a interpretarla come un'allusione a un matrimonio. E comunque attesta chiaramente che Maria di Betania era una discepola ardente quanto la Maddalena.
Vi sono buone ragioni per identificare la Maddalena con la donna che unge Gesù. È possibile, ci chiedemmo, che fosse identificabile anche con Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta? È possibile che queste donne, presentate nei Vangeli in tre contesti diversi, siano in realtà un'unica persona? La Chiesa medievale certamente le vedeva così, non diversamente dalla tradizione popolare. Oggi, molti studiosi biblici sono d'accordo. Vi sono abbondanti indizi che confermano questa conclusione.
I Vangeli di Matteo, Marco e Giovanni, ad esempio, dicono tutti che la Maddalena era presente alla Crocifissione. Nessuno, invece, cita Maria di Betania. Ma se Maria di Betania era una discepola tanto devota, la sua assenza sembrerebbe a dir poco strana. È credibile che lei, per non parlare di suo fratello Lazzaro, non assistesse al momento culminale della vita di Gesù? L'omissione sarebbe inspiegabile e reprensibile, a meno che fosse presente e venisse citata dai Vangeli sotto il nome di Maddalena. Se la Maddalena e Maria di Betania sono la stessa persona, allora la seconda non figura più come assente alla Crocifissione.
La Maddalena può essere identificata con Maria di Betania. E può essere identificata anche con la donna che unge Gesù. Il Quarto Vangelo identifica con Maria di Betania la donna che unge Gesù. Anzi, l'autore del Quarto Vangelo è molto esplicito:
“Era allora malato un certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso d'olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato.” (Giovanni 11:1-2)
E di nuovo, nel capitolo successivo:
“Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betania, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.” (Giovanni 12:1-3)
È dunque chiaro che Maria di Betania e la donna che cosparge d'unguento Gesù sono la stessa donna. Se non è altrettanto chiaro, è certo probabile che questa donna sia anche la Maddalena. Se Gesù era veramente sposato, a quanto sembra c'è una sola candidata al ruolo di sua moglie: una donna che apparve più volte nei Vangeli sotto nomi diversi.




Maria Maddalena in una icona del cristianesimo ortodosso.

Il discepolo prediletto
3) Se la Maddalena e Maria di Betania sono la stessa donna, e se questa donna era la moglie di Gesù, Lazzaro sarebbe stato cognato di Gesù. Nei Vangeli c'è qualcosa che indica che Lazzaro avesse veramente questa posizione speciale?
Lazzaro non figura nei Vangeli di Luca, Matteo e Marco, anche se la sua « resurrezione dai morti » era contenuta in origine nel testo marciano, e fu espunta in seguito. Perciò Lazzaro è conosciuto dai posteri solo tramite il Quarto Vangelo, il Vangelo di Giovanni. Ma qui è chiaro che gode di un trattamento preferenziale, non circoscritto alla sua resurrezione. Sotto questo e molti altri aspetti, Lazzaro sembra, se mai, più vicino a Gesù degli stessi discepoli. Eppure, piuttosto stranamente, i Vangeli non lo enumerano neppure tra questi discepoli.
A differenza di costoro, Lazzaro viene minacciato. Secondo il Quarto Vangelo, i sommi sacerdoti, quando decidono di eliminare Gesù, decidono di uccidere anche Lazzaro (Giovanni 12:10). Quindi Lazzaro, a quanto sembra, avrebbe operato in qualche modo nell'interesse di Gesù, mentre non si può dire altrettanto di certi discepoli. In teoria, questo dovrebbe qualificarlo come discepolo; tuttavia, non viene citato come tale. Non figura neppure presente alla Crocifissione: una dimostrazione d'ingratitudine apparentemente vergognosa, da parte di un uomo che doveva la vita a Gesù nel senso più completo della parola. Certo, è possibile che si fosse nascosto, dato il pericolo che lo minacciava. Ma è molto strano che nei Vangeli non si accenni più a lui. Sembra sparito, e non viene più nominato. Ma è davvero così? Cercammo di esaminare più attentamente il problema.
Dopo aver soggiornato a Betania per tre mesi, Gesù si ritira con i discepoli sulle rive del Giordano, a non più di un giorno di cammino da quella località. Un messaggero lo raggiunge portando la notizia che Lazzaro è malato. Ma il messaggero non allude a Lazzaro chiamandolo per nome. Al contrario, parla del malato come di un uomo che ha una speciale importanza: « Signore, ecco, colui che tu ami è malato » (Giovanni 11:3). La reazione di Gesù alla notizia è decisamente strana. Anziché affrettarsi a tornare per soccorrere l'uomo che gli è caro, accantona con disinvoltura il problema: « All'udire questo, Gesù disse: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio verrà glorificato" » (11:4). E se le sue parole sono sconcertanti, le sue azioni lo sono ancora di più: « Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava » (11:6). Insomma, Gesù continua a indugiare sulle rive del Giordano, nonostante la notizia allarmante che ha ricevuto. Alla fine, decide di ritornare a Betania. Poi contraddice in modo clamoroso la sua affermazione precedente, dicendo ai discepoli che Lazzaro è morto. Tuttavia, rimane imperturbato. Anzi, afferma con chiarezza che la « morte » di Lazzaro è servita a qualche scopo: « II nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo » (11:11). E quattro versetti più avanti ammette che l'intero episodio è stato meticolosamente preparato e disposto in anticipo: « E io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui » (11:15). Se questo comportamento è sconcertante, la reazione dei discepoli non lo è meno: « Allora Tommaso, chiamato Didimo, disse ai condiscepoli: "Andiamo anche noi a morire con lui!" » (11:16). Che cosa significa? Se Lazzaro è letteralmente morto, senza dubbio i discepoli non intendono seguirlo con un suicidio collettivo! E come si può spiegare la noncuranza di Gesù, l'indifferenza con cui riceve l'annuncio della malattia di Lazzaro e il suo ritardo nel ritornare a Betania?
La spiegazione sembra consistere, come suggerisce il professor Morton Smith, in una iniziazione più o meno tipica di una « scuola misterica ». Come dimostra il professor Smith, queste iniziazioni e i relativi riti erano abbastanza comuni in Palestina ai tempi di Gesù. Spesso comportavano una morte e una rinascita simboliche, che venivano chiamate appunto con questi nomi; la reclusione in una tomba, che diveniva il grembo della rinascita dell'accolito; un rito, che oggi è chiamato battesimo, e che era una simbolica immersione nell'acqua; e una coppa di vino, identificato con il sangue del profeta o del mago che presiedeva alla cerimonia.
Bevendo dalla coppa, il discepolo consumava un'unione simbolica con il maestro, diventava misticamente « una cosa sola » con lui. È significativo che san Paolo spieghi appunto in questi termini lo scopo del battesimo. E lo stesso Gesù usa gli stessi termini durante l'Ultima Cena.
Come osserva il professor Smith, la carriera di Gesù è molto simile a quella di altri quattro maghi, guaritori e taumaturghi dell'epoca.(12)
Nei Quattro Vangeli, ad esempio, incontra in segreto coloro che si accinge a guarire, e parla con loro, da solo. Poi, spesso li invita a non divulgare ciò che è accaduto. E quando si trova a contatto con il grosso pubblico, Gesù parla abitualmente per allegorie e parabole.
Sembrerebbe quindi che Lazzaro, mentre Gesù soggiorna lungo il Giordano, abbia intrapreso un tipico rito di iniziazione, che come di consueto porta a una simbolica resurrezione. In questa luce, il desiderio di « morire con lui » espresso dai discepoli diviene perfettamente comprensibile, come diviene comprensibile il comportamento di Gesù. Certo, Maria e Marta sembrano sinceramente afflitte, e come loro molte altre persone. Ma è possibile che avessero frainteso o male interpretato il significato dell'atto. O forse qualcosa era andato male nell'iniziazione, come accadeva non di rado. Oppure era tutto un dramma inscenato, il cui vero carattere e il cui scopo erano noti a pochissimi.
Se l'episodio di Lazzaro si riferisce a un'iniziazione rituale, è evidente che Lazzaro riceve un trattamento preferenziale. Tra l'altro, viene apparentemente iniziato prima di tutti gli altri discepoli che anzi sembrano invidiosi del suo privilegio. Ma perché l'uomo di Betania, fino a quel momento sconosciuto, dovrebbe ricevere un simile onore? Perché subisce un'esperienza che i discepoli sono tanto ansiosi di condividere? Perché in seguito tanti « eretici » dalle tendenze mistiche, come i carpocraziani, avrebbero attribuito tanta importanza alla cosa? E perché l'intero episodio fu espunto dal Vangelo di Marco? Forse perché Lazzaro era « colui che Gesù amava » più degli altri discepoli. Forse perché Lazzaro aveva un legame speciale con Gesù: era suo cognato. Forse per entrambe le ragioni. È possibile che Gesù conoscesse e amasse Lazzaro appunto perché era suo cognato. Comunque, questo affetto viene sottolineato più volte. Quando Gesù ritorna a Betania e piange, o finge di piangere, per la morte di Lazzaro, gli astanti riecheggiano le parole del messaggero: « Vedi come lo amava! » (Giovanni 11:36).
L'autore del Vangelo di Giovanni - il Vangelo che narra l'episodio di Lazzaro - non si identifica mai come « Giovanni ». Anzi, non dice mai il proprio nome. Tuttavia, allude a se stesso con un appellativo che lo distingue. Chiama costantemente se stesso « il discepolo prediletto », « colui che Gesù amava » e fa capire in modo chiaro che gode di una posizione eccezionale, privilegiata rispetto ai suoi compagni. All'Ultima Cena, ad esempio, mostra apertamente la sua personale vicinanza a Gesù; e a lui solo Gesù confida come avverrà il tradimento:
“Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola a fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: « Di' chi è colui a cui si riferisce? » Ed egli reclinandosi sul petto di Gesù gli disse: « Signore, chi è? ». Rispose allora Gesù: « È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò ». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.” (Giovanni 13:23-26).
Chi è il « discepolo prediletto », sulla cui testimonianza si basa il Quarto Vangelo? Tutto indica che sia in effetti Lazzaro, « colui che Gesù amava ». Sembrerebbe, quindi, che Lazzaro e il « discepolo prediletto » siano la stessa persona, e che Lazzaro sia la vera identità di « Giovanni ». Questa conclusione appare quasi inevitabile. E non fummo noi i soli a raggiungerla. Secondo William Brownlee, illustre filologo biblico, uno dei maggiori esperti per quanto riguarda i Rotoli del Mar Morto, « in base all'evidenza interna contenuta nel Quarto Vangelo... la conclusione è che il discepolo prediletto è Lazzaro di Betania ». (13)
Se Lazzaro e « il discepolo prediletto » sono la stessa persona, questo spiegherebbe parecchie anomalie. Spiegherebbe la misteriosa sparizione di Lazzaro dal racconto delle Scritture, e la sua apparente assenza durante la Crocifissione. Infatti, se Lazzaro e il « discepolo prediletto » erano la stessa persona, alla Crocifissione Lazzaro era presente. E sarebbe stato a Lazzaro che Gesù affidò la madre. Le parole con cui lo fece potrebbero essere quelle di un uomo che si rivolge al cognato:
“Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco il tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco la tua madre! ». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.” (Giovanni 19:26-7).
L'ultima parola del brano citato è particolarmente rivelatrice. Infatti gli altri discepoli hanno abbandonato le loro case in Galilea e, a tutti i fini pratici, non hanno casa. Lazzaro, invece, ce l'ha: la casa di Betania, dove lo stesso Gesù soggiornava.
Dopo che i sacerdoti decidono di farlo uccidere, Lazzaro non viene più menzionato per nome. Sembra sparire completamente. Ma se è veramente il « discepolo prediletto », dopotutto non sparisce affatto, e i suoi movimenti e la sua attività si possono seguire fino alla conclusione del Quarto Vangelo. E anche qui c'è un episodio curioso che merita un attento esame. Al termine del Quarto Vangelo, Gesù predice la morte di Pietro e gli ordina di « seguirlo »:
“Pietro allora, voltandosi, vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: « Signore, chi è che ti tradisce? ». Pietro dunque, vedutolo, disse a Gesù: « Signore, e lui? ». Gesù gli rispose: « Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi ». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: « Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? ».
Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera.” (Giovanni 21:20-24).
Nonostante la fraseologia ambigua, il significato del passo sembrerebbe chiaro. Il « discepolo prediletto » ha ricevuto l'ordine esplicito di attendere il ritorno di Gesù. E il testo sottolinea con enfasi che questo ritorno non deve essere inteso simbolicamente nel senso di un « secondo avvento ». Al contrario, implica qualcosa di più terreno. Implica che Gesù, dopo aver mandato per il mondo gli altri suoi seguaci, deve ritornare presto per conferire un compito speciale al « discepolo prediletto ». Si direbbe quasi che abbiano accordi precisi e concreti da concludere, piani da approntare.
Se il « discepolo prediletto » è Lazzaro, questa collusione di cui gli altri discepoli non sanno nulla sembra avere un precedente. Durante la settimana che precede la Crocifissione, Gesù si accinge a compiere il suo trionfale ingresso in Gerusalemme; e per farlo in armonia con le profezie dell'Antico Testamento che parlano di un Messia, deve enttare nella città in groppa a un asino (Zaccaria 9:9-10). Perciò è necessario procurarsi un asino. Nel Vangelo di Luca, Gesù manda due discepoli a Betania dove, dice loro, troveranno un asino. Hanno l'ordine di dire al padrone dell'asino che « il Maestro ne ha bisogno ». Quando tutto si svolge esattamente come Gesù ha preannunciato, la cosa viene considerata come una specie di miracolo. Ma c'è davvero qualcosa di straordinario? Non indica semplicemente l'esistenza di piani meticolosamente preparati? E l'uomo di Betania che fornisce l'asino al momento giusto non sembra Lazzaro?
Questa è certamente la conclusione del professor Hugh Schon-field. (14)
Egli sostiene in modo convincente che l'organizzazione dell'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme fu affidata a Lazzaro, e che gli altri discepoli non ne sapevano nulla. Se era davvero così, questo attesta l'esistenza di una cerchia intima di seguaci di Gesù, un gruppo di collaboratori o di familiari, i soli che godevano della confidenza del maestro. Il professor Schonfield ritiene che Lazzaro facesse parte di questa cerchia. E la sua convinzione concorda con l'insistenza del professor Smith sul trattamento preferenziale che Lazzaro riceve in virtù della sua iniziazione, o morte simbolica, a Betania. È possibile che Betania fosse un centro culturale, un luogo riservato ai riti presieduti da Gesù. Questo potrebbe spiegare perché Betania ricorreva enigmaticamente altrove, nella nostra indagine. Il Priorato di Sion aveva chiamato « Béthanie » la sua « arca » a Rennes-le-Château. E Saunière, apparentemente su richiesta del Priorato di Sion, aveva battezzato Villa Bethania la sua villa.
In ogni caso, la collusione che sembra portare alla consegna di un asino da parte dell'« uomo di Betania » può riapparire nel misterioso finale del Quarto Vangelo: quando Gesù ordina al suo « discepolo prediletto » di rimanere fino al suo ritorno. Si direbbe che lui e il « discepolo prediletto » abbiano piani da preparare. E non è irragionevole presumere che tali piani riguardassero la famiglia di Gesù. Sulla croce, Gesù aveva già affidato la madre al « discepolo prediletto ». Se aveva moglie e figli, presumibilmente anche loro sarebbero stati affidati allo stesso discepolo. E questo, naturalmente, sarebbe stato ancora più plausibile se il « discepolo prediletto » di Gesù era suo cognato.
Secondo una tradizione molto più tarda, la madre di Gesù morì in esilio a Efeso, da dove giunse successivamente il Quarto Vangelo. Nulla indica, tuttavia, che il « discepolo prediletto » si prendesse cura della madre di Gesù finché ella visse. Secondo il professor Schonfield, il Quarto Vangelo probabilmente non fu composto a Efeso, ma solo rielaborato, riveduto e corretto da un anziano greco di quella città che lo modificò in modo da adeguarlo alle proprie idee. (15)
Se il « discepolo prediletto » non andò a Efeso, che ne fu di lui? Se era Lazzaro, è possibile rispondere alla domanda, perché la tradizione è esplicita. Secondo la tradizione e secondo certi autori della Chiesa appartenenti al periodo protocristiano, Lazzaro, la Maddalena, Marta, Giuseppe d'Arimatea e alcuni altri giunsero per nave a Marsiglia. (16)
Lì Giuseppe sarebbe stato consacrato da san Filippo e inviato in Inghilterra, dove avrebbe fondato una chiesa a Glastonbury. Tuttavia, Lazzaro e la Maddalena sarebbero rimasti in Gallia. La tradizione vuole che la Maddalena morisse ad Aix-en-Provence o a Saint Baume, e Lazzaro a Marsiglia, dopo avervi fondato la prima diocesi. Uno dei loro compagni, san Massimiliano, avrebbe fondato invece la prima diocesi di Narbona.
Se Lazzaro e il « discepolo prediletto » erano una sola persona, vi sarebbe una spiegazione per la loro duplice scomparsa. Lazzaro, il vero « discepolo prediletto » avrebbe preso terra a Marsiglia, insieme alla sorella che, come afferma la tradizione successiva, portava con sé il Santo Graal, il « sangue reale ». E le disposizioni per la fuga e l'esilio sembrerebbero organizzate dallo stesso Gesù, insieme al « discepolo prediletto », al termine del Quarto Vangelo.




Maria Maddalena in un affresco nella sua chiesa di Villafranca Piemonte (TO)


La dinastia di Gesù
4) Se Gesù aveva veramente sposato Maddalena, questo matrimonio poteva avere uno scopo specifico? In altre parole, poteva essere qualcosa di più di un matrimonio convenzionale? Poteva essere un'alleanza dinastica, con significati e ripercussioni di carattere politico? Una stirpe uscita da tale matrimonio, insomma, avrebbe giustificato del tutto l'appellativo di « sangue reale »?
Il Vangelo di Matteo dichiara esplicitamente che Gesù era di sangue reale: un re autentico, discendente diretto di Salomone e di Davide. Se questo è vero, avrebbe avuto un diritto legittimo sul trono della Palestina unita: forse l'unico diritto legittimo. E l'iscrizione affissa sulla croce sarebbe stata qualcosa di più di una beffa sadica, perché Gesù sarebbe stato veramente il « Re dei Giudei ». La sua posizione, sotto molti aspetti, sarebbe stata analoga a quella, poniamo, del « Bonnie Prince Charlie », lo Stuart pretendente al trono d'Inghilterra, nel 1745. E quindi avrebbe suscitato l'opposizione che suscitò appunto a causa del suo ruolo: il ruolo di un re-sacerdote che forse avrebbe potuto unificare il suo paese e il popolo ebreo, e che quindi costituiva una grave minaccia per Erode e per Roma.
Certi studiosi biblici moderni hanno sostenuto che la famosa « strage degli innocenti » perpetrata da Erode non avvenne mai. E anche se avvenne, non ebbe probabilmente le dimensioni sensazionali e spaventose che le attribuiscono i Vangeli e la tradizione più tarda. Tuttavia, il fatto stesso che l'episodio sia stato tramandato sembra attestare qualcosa: un timore autentico da parte di Erode, la paura di venire spodestato. Certo, Erode era un sovrano estremamente insicuro, odiato dai sudditi e tenuto al potere soltanto dalle coorti romane. Ma per quanto fosse precaria la sua posizione, non poteva essere realisticamente minacciata dalle voci sull'avvento di un salvatore mistico o spirituale: voci che del resto a quel tempo circolavano già in Terrasanta. Se Erode era veramente preoccupato, poteva solo esserlo a causa di una minaccia politica concreta: la minaccia rappresentata da un uomo che aveva pretese al trono più legittime delle sue, e che poteva assicurarsi un vasto appoggio popolare. Forse la « strage degli innocenti » non avvenne, ma le tradizioni che ne parlano rispecchiano una preoccupazione da parte di Erode, un timore nei confronti di una pretesa, una rivendicazione e con ogni probabilità anche un'azione che mirava a prevenirla o a precluderla. La pretesa poteva avere soltanto un carattere politico. E in tal caso doveva essere presa sul serio.
Suggerire che Gesù avesse questa pretesa legittima, naturalmente, significa contrastare l'immagine popolare del « povero falegname di Nazareth ». Ma vi sono motivi convincenti per farlo. Innanzitutto, non è sicuramente certo che Gesù fosse di Nazareth. « Gesù di Nazareth » è infatti una forma corrotta o una traduzione errata di « Gesù il Nazorita », « Gesù il Nazireo » o forse « Gesù di Genesareth ». In secondo luogo, è molto dubbio che il villaggio di Nazareth esistesse ai tempi di Gesù. Non figura nelle mappe e nei documenti romani. Non è menzionato nel Talmud. Non è menzionato, e tanto meno è associato a Gesù, negli scritti di San Paolo che dopotutto furono composti prima dei Vangeli. E Giuseppe Flavio, il più importante cronista di quel periodo, che comandò contingenti di truppe in Galilea ed elencò i centri della provincia, non parla di Nazareth. Sembra, quindi, che Nazareth abbia incominciato a esistere dopo l'insurrezione del 68-74 d.C., e che il nome di Gesù vi sia stato associato in seguito alla confusione semantica, casuale o voluta, che caratterizza gran parte del Nuovo Testamento.
Indipendentemente dal fatto che fosse o no « di Nazareth », niente indica che Gesù fosse « un povero falegname ». (17)
Non è certo così che ce lo presentano i Vangeli. Anzi, la loro testimonianza fa pensare il contrario. Gesù ci appare istruito; si direbbe che abbia studiato per diventare rabbi, e che abbia frequentato personaggi ricchi e influenti non meno della povera gente: basta ricordare ad esempio Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo. E le nozze di Cana sembrano confermare la posizione sociale di Gesù.
Le nozze non appaiono affatto come una festa umile e modesta di « gente comune ». Al contrario, presentano tutte le caratteristiche di un sontuoso matrimonio aristocratico in grande stile, al quale sono invitati ospiti a centinaia. Ad esempio, vi sono molti servitori che si affrettano ad obbedire a Maria e a Gesù. C'è un « maestro di tavola » o « maestro di cerimonia », che nel contesto sarebbe stato una specie di sovrintendente o capo maggiordomo o forse addirittura un aristocratico. Chiaramente, il vino scorre a fiumi. Quando Gesù « trasmuta » l'acqua in vino, produce - secondo la « Bibbia della Buona Novella » - non meno di seicento litri, più di ottocento bottiglie! E questo va ad aggiungersi a tutto il vino che è già stato bevuto.
Tutto considerato, le nozze di Cana appaiono come una sontuosa cerimonia della piccola nobiltà o dell'aristocrazia. Anche se non furono le nozze di Gesù, la sua presenza e quella di sua madre indicherebbero che appartenevano alla stessa casta. Soltanto questo può spiegare perché i servi obbediscono ai loro ordini.
Se Gesù era aristocratico e se era sposato con la Maddalena, è probabile che anche lei fosse di elevata estrazione sociale. E infatti sembra esserlo. Come abbiamo visto, tra le sue amiche figurava la moglie di un alto funzionario della corte di Erode. Ma è possibile che la Maddalena fosse ancora più importante.
Come avevamo scoperto seguendo le indicazioni dei « documenti del Priorato », Gerusalemme, Città Santa e capitale della Giudea, in origine era appartenuta alla tribù di Beniamino. In seguito i Beniaminiti erano stati decimati nella guerra con le altre tribù d'Israele, e molti di loro andarono in esilio, anche se, come affermano i « documenti del Priorato », « alcuni di loro rimasero ». Un discendente di coloro che rimasero fu san Paolo, che dichiara esplicitamente di essere Beniaminita (Romani 11:1).
Nonostante il conflitto con le altre tribù d'Israele, quella di Beniamino sembrava godere di una posizione speciale. Tra l'altro, diede a Israele il primo re, Saul, unto dal profeta Samuele, e la prima casa reale. Ma Saul fu deposto da Davide, della tribù di Giuda. E Davide non si limitò a togliere ai Beniaminiti il trono. Scegliendo come capitale Gerusalemme, tolse loro anche la legittima eredità.
Secondo tutte le genealogie del Nuovo Testamento, Gesù era discendente di Davide, e quindi apparteneva anch'egli alla tribù di Giuda. Agli occhi dei Beniaminiti ciò poteva fare di lui, almeno in un certo senso, un usurpatore. Ma queste obiezioni sarebbero state superate se avesse sposato una donna beniaminita. Il matrimonio sarebbe stato un'importante alleanza dinastica, ricca di conseguenze politiche. Non avrebbe soltanto dato a Israele un potente re-sacerdote; avrebbe avuto anche la funzione simbolica di restituire Gerusalemme ai legittimi proprietari. Quindi avrebbe contribuito a incoraggiare l'unità e l'appoggio del popolo, e a consolidare le pretese al trono di Gesù.
Il Nuovo Testamento non dice a quale tribù appartenesse la Maddalena. Nelle leggende più tarde, però, viene detto che è di stirpe reale. E altre tradizioni affermano che apparteneva alla tribù di Beniamino.

A questo punto incominciava a diventare visibile l'abbozzo di uno « scenario » storico coerente. E a quanto potevamo capire, politicamente aveva un senso. Gesù sarebbe stato un re-sacerdote della stirpe di Davide, legittimo pretendente al trono. Avrebbe consolidato la sua posizione con un matrimonio dinastico simbolicamente importante. Poi si sarebbe accinto a unificare il suo paese, mobilitare la popolazione, scacciare gli oppressori, deporre l'abbietto sovrano fantoccio e restaurare la gloria della monarchia, com'era stata al tempo di Salomone. E un tale uomo sarebbe stato veramente « Re dei Giudei ».


- Non intendiamo affermare che Gesù accompagnò i suoi familiari a Marsiglia. Anzi, le circostanze sembrerebbero indicare il contrario. Forse non era in condizioni di viaggiare, e la sua presenza avrebbe costituito una minaccia per la sicurezza dei suoi parenti. Forse ritenne più importante restare in Terrasanta, come suo fratello, san Giacomo, per realizzarvi i suoi obiettivi. Insomma, come non ne formulano gli stessi Vangeli, anche noi non siamo in grado di formulare ipotesi sulla sua sorte.
Ai fini della nostra teoria, però, la sorte di Gesù era meno importante della sorte della sacra famiglia, e soprattutto di suo cognato, sua moglie e i suoi figli.
Se il nostro « scenario » era esatto, questi, insieme a Giuseppe d'Arimatea e ad altri, furono portati clandestinamente per nave dalla Terrasanta a Marsiglia.
E quando sbarcò, la Maddalena avrebbe veramente portato in Francia il Sangraal, tradotto erroneamente come San Graal, il « sangue reale », la schiatta della casa di Davide, la discendenza di Gesù, legittimo erede al trono di Gerusalemme.

Note:
9 - Vermes, Jesus the Jew, p. 99.
10 - Charles Davis, dichiarazioni pubblicate dall'« Observer » (London, 28 marzo 1971), p. 25.
11 - Phipps, Sexuality of Jesus, p. 44.
12 - Smith, Jesus the Magician, pp. 81 sgg.
13 - Brownlee, « Whence the Gospel According to John », p. 192.
14 - Schonfield, Passover Plot, pp. 119,134 sgg.
15 - Ibid., p. 256.
16 - La tradizione più comune è contenuta in Jacobus de Voragine, The Golden Legend, in Life of S. Mary Magdalen, pp. 73 sgg. (traduzione inglese della Leggenda aurea di Jacopo da Varazze). Il testo risale al 1270. La forma scritta più antica di questa tradizione sembrerebbe la « Vita di Maria Maddalena » di Rabano (776-856), arcivescovo di Mainz. In The Antiquities of Glastonbury di William di Malmesbury appare per la prima volta l'estensione della leggenda: l'arrivo di Giuseppe d'Arimatea in Britannia. Spesso è ritenuta un'aggiunta più tarda all'opera di William.
17 - Vermes, Jesus the Jew, p. 21, ricorda che in vari detti talmudici il sostantivo aramaico che significa falegname o artigiano (naggar) sta per dotto o sapiente.
18 - Maccoby, Revolution in Judaea, pp. 57 sgg., cita Filone d'Alessandria che chiama Pilato «crudele per natura».
19 - Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 97 sgg.
20 - Tutti gli studiosi sono daccordo nell'affermare che tale privilegio non esisteva. Lo scopo dell'invenzione è accrescere la colpa dei Giudei. Cfr. Brandon, Jesus and Zealots, p. 259; Cohn, H., Trial and Death of Jesus, pp. 166 sgg. (Haim Cohn è un ex procuratore generale - ministro della Giustizia- di Israele, membro della Corte suprema, e docente di storia del diritto) ; e Winter, P., On the Trial of Jesus, p. 94.
21 - Come osserva il professor Brandon (Jesus and Zealots, p. 328), tutte le indagini sul Gesù storico devono partire dal fatto che fu giustiziato dai Romani per sedizione. Brandon aggiunge che la tradizione secondo la quale egli era « Re dei Giudei » dev'essere considerata autentica. Dato il suo carattere imbarazzante, è inverosimile che il titolo sia un'invenzione dei primi cristiani.
22 - Maccoby, Revolution in Judaea, p. 216.
23 - Brandon, Trial of Jesus, p. 34.


Da: http://www.duepassinelmistero.com/Midi.htm (a cura di Marisa Uberti)
Sulle orme di Maria Maddalena
Un breve tour sulle 'orme di Maddalena' nella Francia meridionale, si è trasformato in un percorso veramente speciale, attraverso paesaggi e luoghi indimenticabili. Non pretendiamo di offrire al lettore qualcosa di inaspettato, di unico, ma sicuramente i nostri consueti 'due passi' hanno toccato dei 'misteri' affascinanti, spesso inestricabili, talvolta forse solo intrisi di leggenda, ma capaci di emozionare, di renderci curiosi, desiderosi di regalare anche a voi quanto abbiamo vissuto.


Il massiccio della Sainte Baume.


Insieme alla storia documentata, quindi, incontreremo altri 'universi', senza tempo e senza soluzione di continuità, destinati a coinvolgere ogni turista che si accosti al 'mistero' desideroso di capire qualcosa di più. Abbiamo pensato che fosse utile trovare una connotazione quanto meno 'cronologica' per questi reportages, sebbene gli eventi, i personaggi, i misteri e la storia stessa travalichino i ristretti compartimenti stagni delle classificazioni rigide e stereotipate, a nostro avviso. Un fatto 'leggendario' potrebbe essere avvenuto, così come il contrario: ciò che conta (e che resta) è quanto è giunto fino a noi di quel 'fatto', di quella tradizione, dei protagonisti simbolici o reali; visitare i luoghi è ridare voce a tutto quel miscuglio di avvenimenti che ciascuno è libero di rielaborare come ritiene più vicino alla propria capacità di Pensiero, Fede o Ricerca.


Carta della Sainte Baume. Clicca sull'immagine per ingrandirla.


La prima 'tappa' del nostro tour è in territorio francese, dipartimento del Var, che va dal mare fino ai massicci alpini, in un turbolento quanto conturbante paesaggio in cui ogni angolo è estasi. La Provenza verde, la chiamano, in cui convivono assieme monasteri e abbazie, castelli e fiumi, montagne e una foresta sacra, in cui c'è una grotta, la Sainte Baume, a sud-sudest di Nans-les-Pins, un luogo specialissimo scavato nel massiccio roccioso in cui Maria Maddalena avrebbe vissuto trent'anni in eremitaggio, dopo che sarebbe sbarcata in Provenza alla morte di Gesù.


La Sainte Baume, immersa in una foresta primaria di querce.


Lo scrigno di silenzio e quiete che ancora oggi l'investono, nonostante vi sia stato addossato un convento, è veramente prezioso, e tuttavia non si lascia aprire tanto facilmente. A qualche chilometro di distanza, si trova,nella città di Saint Maximin, la Basilica di Santa Maria Maddalena dove, per tradizione secolare, si custodiscono il suo teschio e i suoi resti. Una visita che ci ha letteralmente fagocitato.
Nel cuore del Var abbiamo approfittato dell'occasione per fare un sopralluogo nell'abbazia Cistercense di Le Thoronet, costruita nello stile romanico Provenzale, testimone millenaria di uno spirito ascetico caratteristico dell'Ordine di San Bernardo di Clairvaux, protettore dei Cavalieri Templari, isolata e forse per questo ancora ottimamente conservata.Una visita che va ad arricchire la nostra sezione dedicata al 'sistema cistercense' e, nello specifico, alle Abbazie dell'Ordine cistercense (lo stesso della certosa di Pavia).


Le Marie del Mare
Dopo una 'discesa' nella Provenza mediterranea, che costeggia paesaggi fiabeschi, punteggiati di località balneari rinomate spesso in tutto il mondo, eccoci 'sconfinare' nella Camargue, a Saintes Maries de la Mer, anticamente chiamato Saintes- Maries -de- Ratis, luogo di approdo -secondo una tradizione- di Maria Maddalena e altri apostoli, o -secondo un'altra leggenda- delle 'due Marie', Maria Jacobi (di Giacomo) e Maria Salomè, le cui reliquie sarebbero tuttora conservate e venerate nella splendida cattedrale.



In rosso Saintes-Maries-de-la-Mer. Clicca sull'immagine per ingrandirla.


E qui è oggetto di enorme culto la statua nera di Sara, figura enigmatica di incerta provenienza che nei vangeli canonici non è mai citata. Il ridente villaggio, baciato dal sole e da un clima mite, da un cielo azzurrro e dal mare, dalle case in prevalenza bianche, i mercati e le bancarelle all'aperto, ospita annualmente il raduno dei Gitani (il misterioso 'popolo itinerante', la cui provenienza è sostanzialmente ignota) che lo affollano per venerare Sara-La-Kali (Sara la Nera), che viene portata, dalla cripta in cui normalmente 'risiede', fino al mare, in un corteo di candele e di festa.


Santa Sara la Nera.

Andare a Saintes-Maries-de-la-Mer, in Camargue, è un bellissimo un viaggio, essendo questo un luogo particolare, costituito da una sorta di isola (85.000 ettari) posta tra i rami della foce del fiume Rodano e il mare Mediterraneo. Il dipartimento in cui si trova è infatti denominato Bouches-du-Rhône (bocche del Rodano). Qui la terra e l'acqua hanno saputo creare spazi selvaggi in cui convivono zone paludose, strisce di terra in cui si allevano prevalentemente cavalli, tori e montoni, in cui si possono incontrare con facilità i fenicotteri rosa e stormi di uccelli che qui trovano un habitat ideale. Dal 1928 è stata istituita una Riserva nazionale e poi nel 1970 un Parco naturale regionale, che ha permesso di salvaguardarne e preservarne il paesaggio. Fu da tempi immemorabili un territorio importante, sia per la posizione strategica che per l'ambiente naturale. E' certo che vi fu un villaggio più antico, che si trovava nell'entroterra, un Oppidum Râ (citato da Festus Avienus nel IV sec.a.C.) -quello su cui sarebbero approdati Maddalena e compagni dalla Palestina?- oggi scomparso, ma porto fiorente già a quei tempi. Ciò che visitiamo oggi è un ridente villaggio, dalle case in prevalenza chiare, in cui la natura è vivace, le strade piene di colori, di bancarelle, di mercatini, di movimento. Tutto ruota attorno ad una costruzione che dà l'idea di una fortezza: la chiesa parrocchiale di Saintes-Maries-de-la-Mer, le cui merlature si vedono a dieci chilometri di distanza e nella quale il popolo ha potuto trovare un rifugio sicuro in tempi di predazioni.
La cosa importante è che da sempre esiste un pozzo d'acqua all'interno, tuttora attivo, e dunque consentiva l'approvvigionamento idrico in caso di necessità a fermarsi più giorni chiusi nella chiesa per difendersi da eventuali attacchi. La presenza dell'acqua ha da sempre legami indissolubili con la natura, con quella Mater che dà vita e fecondità. I culti legati all'acqua sono antichi come il mondo e presenti in ogni parte del nostro pianeta, indipendentemente dalla religione/filosofia spirituale predominante.
Una leggenda narra che in Camargue sarebbe sbarcata Maria Maddalena dopo la crocifissione di Gesù, insieme ad altri suoi compagni, ciascuno dei quali prese poi strade diverse. Di loro, Maria Jacobi e Maria Salomè sarebbero rimaste qui, in quello che allora era l'Oppidum Râ. Qui le 'due Marie' sarebbero sepolte e sono molto venerate tutt'oggi, ma c'è un altro personaggio strettamente e misteriosamente connesso con loro: Sara la Nera,venerata nella cripta della chiesa-fortezza del villaggio.
Abbiamo trovato, durante la ricerca presente, che il nome occitano del villaggio medievale era La Vila de la Mar / Nòstra Dòna de la Mar. In precedenza, dal VI sec.d.C., il santuario era noto come Santa Maria de Ratis, o Sainte-Marie de l'Ilot (perchè era un isolotto boscoso); la chiesa era nota anche come Notre Dame de la Barque. Pare che nell'VIII o IX secolo vi sia stata una devastazione da parte di truppe saracene, ma non si è certi se venne ricostruita la chiesa sul modello di una precedente.
Nel 1080 il vescovo di Arles dona l'edificio ai monaci di Montmajour, che vi svolgeranno funzioni fino al 1786. Nel XII secolo il nome è cambiato in Notre Dame de la Mer e si continua a edificare una nuova chiesa sulla precedente (l'attuale nome venne stabilito nel 1837). Con la costruzione delle mura difensive della cittadella, nel 1244, la chiesa rimane inglobata in esse e diventa parte del sistema di fortificazione. Nel 1315 viene fondata la Confraternita delle Saintes Maries de la Mer (menzionata nel 1388, ma se le reliquie ancora non c'erano? Mistero!). Nel 1349 si scava la cripta, che verrà ampliata nel 1449 da re Renato d'Angiò, che l'anno precedente aveva trovato le reliquie delle Sante Marie, con scavi autorizzati da Bolla papale.
In questa vicenda vi sono sicuramente degli elementi storici che si intrecciano inevitabilmente con componenti mitiche e pittoresche, e non mancano i misteri e le contraddizioni.
Ad esempio, la figura delle due Marie nei Vangeli Canonici non si trova, o almeno così chiamate. Solo in Luca, 24.10 si cita una Maria di Giacomo, ma non se ne indica il grado di parentela, che comunque -secondo la versione accettata e diffusa- si identifica con la sorella della madre di Gesù, quindi sua zia, sposa di Cleofa e madre di parecchi figli (Giacomo il Minore, Joses, Giuda, Simone e delle figlie); Salomè sembra non avesse il prenome Maria, ma che per rispetto di una tradizione che voleva questa 'leggenda' la trasposizione cristiana di un culto 'pagano' , delle 'trois matres o matrones' venne aggiunto posteriormente. Quando il culto di Maddalena, inizialmente presente a Saintes Maries de Ratis, venne 'spostato' alla Sainte Baume, si dovette aggiungere un'altra figura, quella di Sara. In Mc 15:40 e 13 si parla di Salomè (senza 'Maria'). Viene identificata con la madre dei figli di Zebedeo, cioè Giacomo il Maggiore (venerato a Compostela) e Giovanni l'Evangelista. Le due figure (Marie) sarebbero presenti alla crocifissione (Mc 15:40, Mt 27:56). Maria di Giacomo si troverebbe con Maria Maddalena anche davanti alla chiusura del sepolcro. Le tre Marie sarebbero quindi andate al sepolcro la mattina della resurrezione per andare a imbalsamare Gesù, dopodicché, i Vangeli tacciono sulle loro vite, delle quali ci giungono le gesta in narrazioni posteriori e non ufficiali.
I Gitani la elessero Sara loro santa protettrice. Essi iniziano a palesarsi in zone vicine (Arles) nel 1438, quando le reliquie ancora non erano state ritrovate, (?) cosa che avverrà dieci anni dopo. Ma a quanto ci è dato capire, solo nel 1496 essi inizieranno un culto alla tomba di Sara, e solo nel 1521 che questa ( Sara) viene citata in un documento ('Leggenda delle Sante Marie', manoscritto presso la biblioteca di Arles).


Sara la Nera e il culto delle Vergini Nere
Il territorio dell'odierna Provenza era stato colonizzato dai Greci in epoca pre-romana, che avevano fondato le attuali Marsiglia, Nizza, Antibes e Agde. Si può pensare che vi portassero anche i loro culti, che avevano ricevuto una chiara influenza dall'Antico Egitto di cui erano noti i culti dedicati a Iside, che tradizionalmente erano “misterici”: spesso statue della dea erano venerate in luoghi ipogei, come le cripte. Fulcanelli nel suo “Il Mistero delle cattedrali” ci dice che queste statue diventarono, al tempo dell'introduzione del Cristianesimo in Gallia, quelle delle Vergini Nere che il popolo circonda di una venerazione particolare. Il significato di queste Virgo pariture (Vergini che devono partorire) è in senso ermetico, quello della terra prima di essere fecondata (la terra primitiva scelta dal Filosofo come soggetto della grande opera), ben presto rianimata dai raggi solari. E' anche la Madre di tutti gli dei (o la madre di Dio), appellativo che non manca di avere la Madonna per i Cristiani. Quando abbiamo parlato della Sainte Baume, abbiamo accennato al fatto che nel V secolo d.C. Jean Cassien, un frate proveniente dall'Oriente, aveva fondato un'abbazia a Marsiglia, Saint-Victor, in onore di Maria Maddalena e per celebrarne il culto, che parallelamente aveva poi portato alla grotta santa. I monaci benedettini di Saint Victor erano gli stessi che amministravano anche la primitiva chiesa di Saint Maximin, quella dove si conservavano le reliquie e la tomba della Maddalena (poi scacciati da Carlo II d'Angiò e sostituiti con i domenicani). Bene, nella cripta dell'abbazia di Saint Victor c'è una Vergine Nera, chiamata Notre Dame de Confession, che ha con sè il Bambino (tutto il blocco statuario è nero), tiene nella mano destra uno scettro (terminante con il giglio di Francia) e reca sul capo una corona a triplice fiorone. Ora,è possibile che il culto di Maddalena fosse legato al culto che va così di moda oggi definire “sacro femminino”? Ma, meglio ancora, potrebbe la figura leggendaria di Maddalena aver incarnato quella Iside, quella divinità ancestrale sinonimo di terra primitiva, sostanza nera e pesante, materia minerale, che si cela nella massa rocciosa(pietra)? E qual'è il legame tra Maddalena e Sara, la statua nera venerata nella cripta della chiesa di Saintes Marie de la Mer?
Certo, quella attuale è una statua ovviamente di realizzazione piuttosto recente, ma c'è un particolare non trascurabile: è la santa patrona dei Gitani, la loro dea, alla quale dedicano un culto e una venerazione sconfinati.Secondo loro, Sara era già presente nel villaggio quando sbarcarono le Marie, dunque questo potrebbe far pensare che il 'culto' di una Vergine Nera (i nomi sono poi tutti da interpretare) fosse già ben radicato in loco, derivante appunto da un ipotetico culto Isiaco. I Gitani sono tra l'altro un enigma per gli storici: da dove vengono? E chi sono?

La festa gitana a Saintes-Maries-de-la-Mer.

Sembra che la loro patria di origine sia l'Oriente (ancora una volta!) ma non c'è una memoria scritta che permetta di risalire alle sorgenti della loro 'genesi'. Una delle teorie più accreditate è che essi fossero stanziati nell'India nord-orientale da cui -per ragioni che ignoriamo- si spostarono verso l'anno 900 d.C. migrando in Persia (Iran attuale), dove si sarebbero scissi in diversi rami, spargendosi anche in Europa. A questo popolo itinerante vengono dati nomi differenti, così si conoscono come Gitani, Rom, Romanischels, Manouches (che in sanscrito significa 'uomo'), Bohémiens, Sinti, Yénich e anche, più genericamente,come Tsigani (Zingari), 'gente del villaggio', popolo itinerante...Amano il contatto con la natura e gli elementi che la costituiscono(l'acqua tonificante, il fuoco purificatore, il vento, la terra (sanno lavorare molto bene i metalli e il legno, ad esempio,arti che progressivamente anche presso di loro vanno scomparendo); adorano le feste, la musica, la danza. Non sempre sono stati accettati, anzi:in Romania subirono una schiavitù durata seicento anni, fino al 1800, per non parlare dello sterminio nazista perpetrato su quattrocentomila di loro, ma hanno anche ricevuto attestazioni di simpatia e nel 1438 cominciano ad essere citati nei documenti (ad Arles). La loro dea è Sara-Kâli (nella loro lingua Sara la Nera, che ricorda nel nome la celebre dea Kalì indiana), che è custodita sottoforma di simulacro di legno scuro nella cripta della chiesa del villaggio. Le hanno confezionato 59 abiti, di cui la rivestono nelle diverse cerimonie religiose, che cadono il 24 e 25 maggio di ogni anno, quando una folla di pellegrini, circa 10.000 gitani, si riunisce a Saintes Maries de la Mer per partecipare con devozione al trasporto della statua dalla cripta fino al mare (il 24 di maggio).
Nella cripta della chiesa, il cui soffitto è stato rifatto, è custodita quindi la statua di Sara, insieme ad alcune ossa. Molti gli ex voto ('Grazie Santa Sara'), i lumini e le candele accese nell'ipogeo. Sara però, non risulta essere mai stata elevata alla santità per la Chiesa ufficiale cattolica.
Ma chi era Sara, secondo la tradizione cristiana? Perchè, da quanto s'è capito, il culto dei Gitani verso di lei è 'paganeggiante' o almeno ha radici in fonti diciamo... 'universali'.
La figura di questa Sara non è mai citata nei Vangeli Canonici. Dunque si sono fatte unicamente delle ipotesi,anche per giustificarne la presenza nel contesto della tradizione legata alle Sante Marie qui venerate.
- Si dice che fosse una loro ancella (chi dice 'schiava') che però non sarebbe stata imbarcata con loro al momento del loro esilio in mare aperto(come raccontato nella Legenda Aurea). A quel punto si sarebbe compiuto un prodigio: Salomè avrebbe steso sull'acqua il proprio mantello, cosìcchè Sara lo avrebbe usato come passerella per raggiungere la barca e salirvi sopra. Insieme al gruppo, dunque, avrebbe poi raggiunto la costa provenzale.
- E se Sara fosse stata Egiziana? Esiste pure tale ipotesi, che la vorrebbe badessa di un convento Libico o facente parte di un gruppo di martiri persiani.
- Ma potrebbe anche essere stata già presente in Camargue, e niente affatto proveniente dalla Palestina. In tale ottica sarebbe discendente di una nobile famiglia e regina della sua tribù! In questa veste avrebbe dato accoglienza alle Sante Marie, convertendosi poi alla fede che loro andavano diffondendo con l'evangelizzazione della Provenza.
- Non ultimo, perché recentemente se ne sente spesso parlare in una 'nuova ondata' di letteratura alternativa, Sara sarebbe stata la figlia di Gesù e di Maria Maddalena, la quale avrebbe potuto giungere in Provenza gravida di un 'seme' di Gesù, partorendo poi la figlia che avrebbe chiamato Sara. Oppure sarebbe potuta arrivare qui già con Sara al seguito, avuta magari quand'era ancora in Palestina. Al ritiro di Maddalena alla Sainte Baume, Sara sarebbe vissuta con le altre Marie?
Tutte queste supposizioni non apportano granchè alla ricerca storica. Ciò che sappiamo con certezza è che questa figura di Vergine Nera conservata nella cripta della chiesa delle Saintes Maries de la Mer è tutt'oggi veneratissima dal popolo Gitano. E' un po' meno chiaro perchè si lasci prospero questo culto accanto a quello, tutto cristiano, delle Sante Marie? Ben venga questo incontro di fedi, ma è possibile che la Chiesa non sia mai riuscita a sradicare un culto 'paganeggiante' e nemmeno a trasformarlo in quello verso una Madonna Nera, come sono tante altre sparse per il mondo. Sara è rimasta Sara. Anche se è assai probabile che il simbolo 'esoterico' sottinteso sia identico. Ma fu grazie all'intercessione di un signore locale, il marchese Baroncelli se si riuscì a far accettare il culto di Sara alle autorità ecclesiastiche locali e a quelle civili, che acconsentirono affinchè i Gitani potessero liberamente radunarsi in occasione della festa della loro patrona per celebrarne il culto con feste e processioni. Questo dal 1935. Bisogna però risalire al 1496, quando si diffuse la notizia del ritrovamento delle reliquie delle 'Marie' (e di Sara), per trovare le prime notizie del pellegrinaggio di Gitani a questo villaggio. Perchè per loro era importante questo ritrovamento? Cosa potevano conoscere della leggenda che coinvolgeva Sara? Mistero.
Maria Jacobi e Maria Salomè, morte poco prima di Sara e a distanza di alcuni mesi l'una dall'altra, avrebbero trovato sepoltura dopo aver ricevuto i sacramenti da San Trofimo, di Arles, vicino ad un oratorio(cappella)che avevano eretto.Non si ha alcuna documentazione in merito fino all' XI secolo (dopo dieci secoli dai supposti fatti!) e solo nel 1448 si effettuarono degli scavi nella zona che si riteneva quella giusta. Un discendente di Carlo II d'Angiò, colui che aveva trovato le supposte reliquie di Maria Maddalena nel 1279 a Saint Maximin, il conte di Provenza e re di Francia, Renato, rinvenne un piccolo cimitero nel dicembre 1448: vi si trovavano dei crani disposti a croce (un'inumazione rituale?) e i corpi di due donne.Vennero riesumati anche un altare di terra battuta e una lastra di marmo, che verrà appellata "Guanciale delle Sante"(Oreiller des Saintes Maries), e che oggi è incastonato in una colonna della chiesa.

I Catari della Liguad'oc


Carta con Carcassonne. A nord di Carcassonne, in rosso, è segnalato il sito di Lastours.

Ci inerpichiamo, lasciando progressivamente la costa, continuiamo per la Spagna e ci addentriamo nel 'vivo' del sentiero Cataro, come i cartelli ai bordi della strada cominciano a segnalare, verso la Linguadoca-Rossiglione (Languedoc-Roussillon), dipartimento dell'Aude. La regione ha cinque dipartimenti, e la nostra meta è la città di Carcassonne, contornata dalla Montagna Nera, che non ci aspettavamo tanto bella e particolare. Di antichissima fondazione, divenne nel Medioevo la Citè dei Catari (o Albigesi), considerati 'eretici' dalla Chiesa del XII secolo e per questo fatti oggetto di una sanguinosa e sciagurata Crociata. La religione catara si rifaceva ad uno gnosticismo che vedeva in Maria Maddalena 'Colei che conosce il Tutto', la Conoscenza. All'interno della città medievale tutto cristallizza, forse anche il tempo, ma non i sensi, che cercano di fissare ogni attimo vissuto in un inesauribile ricordo. Contemplando le sue torri, ben 52, e i suoi tre chilometri di doppia cinta muraria, camminando per le sue strade ombrose, sembra di rivivere un frammento di storia,di risentire ancora i cavalli che entrano nello Chateau Comtal, l'enigmatico e complesso castello in cui ha oggi sede un interessante lapidario e museo archeologico, perchè la storia doveva continuare e raccontarsi ai posteri. Nella cattedrale di Saint Nazaire si svolse tutta la storia religiosa e plurisecolare di Carcassonne, ed è veramente suggestivo visitarla.


La Tour Régine a Lastours, a nord di Carcassonne. Clicca per ingrandire.

A nord di Carcassonne c'è il sito Lastours, singolare per i suoi quattro castelli costruiti a 300 metri sul livello del mare, sulla sommità di uno sperone roccioso. Cabaret, Surdespine, Tour Régine e Quertinheux sono a dominare il corso dei torrenti Orbiel e Grézilhou. Lastours ha tracce storiche risalenti all'età del bronzo, in una grotta è stato trovato il corpo di una ragazza, ricoperto di gioielli che ricordano l'arte egiziana e micenea. I castelli di Cabaret, Surdespine e Quertinheux esistevano prima della crociata contro gli Albigesi, in una forma diversa dal loro aspetto attuale. Signore del luogo, nel momento di massimo splendore per i Catari, era Pierre Roger de Cabaret, molto legato al Catarismo, per questo motivo fu assediato, da parte dei crociati, già nel 1209. Tra il 1223 e il 1229, l'attività dei Catari è forte e i castelli saranno assediati, invano, una seconda volta nel 1227, ma bisognerà attendere fino al 1229 per assistere alla resa di questi baluardi e vedere gli ultimi Perfetti fuggire, profughi, verso i Pays de Sault (Saut in occitano) nel dipartimento del Vaucluse.
Dopo le crociate, il re di Francia riprende le proprietà appartenute a Pierre Roger de Cabaret, rade al suolo il villaggio e i castelli e innalza sul crinale, una quarta torre: la Tour Régine.


Rennes-le-Château



Carta con Lastours, Rennes le Château, Carcassonne, Narbonne e Béziers. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Come non andare a visitare Rennes-le-Château, distante appena 50 chilometri da Carcassonne? E' quasi una tappa obbligata per gli amanti dei misteri!
Dopo tutto quello che si è letto e dopo che molti ne hanno scritto, anche noi passiamo qui nel paesino dei Pirenei francesi in cui mosse le gesta l'abate Sauniére! Proprio lui, il 'prete dei miliardi', così devoto alla Maddalena (lei è un fil rouge che unisce tutto il viaggio)... Ma una chiesa dedicata a Santa Maria Maddalena esisteva già nel 1059 a Rennes le Château, una delle primissime poiché il suo culto iniziò a diffondersi proprio in quel periodo. Cosa scopriremo noi più di quanto non sia già stato scoperto? Non siamo giunti qui per questo, ormai migliaia di persone, curiosi, studiosi, addetti ai lavori, ci hanno preceduto ma tutto sembra abbastanza uguale e diverso da come si legge nei libri. Ciò che conta è essere qui, in un paesaggio che già ripaga del tragitto svolto, e in cui ci sentiamo per nulla a disagio; nessuna 'energia negativa' come ci aveva suggerito qualcuno; tutto oggi scorre tranquillo. 


Il demone Asmodeo, all'interno della chiesa di Rennes le Château.
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Perfino la piccola chiesina, con tanto di musica di sottofondo stile 'noire', non ci incute alcun timore reverenziale, e Asmodeo, di guardia o da monito a sinistra dell'entrata, sembra più indifeso che offensivo...! Interessante la visita ai locali attigui: Villa Betania, la Tour Magdala, i giardini, la tomba di Sauniere, la raccolta di reperti 'originali' allestiti nel piccolo museo e...i sentieri, le colline, i ruderi intorno al borgo.
Tra Rennes le Chateau e Carcassone si possono incontrare alcune delle località rientranti nelle vicende che gli appassionati di questo 'mistero' hanno sicuramente in mente:Limoux, ad esempio, o Alet-les-Bains, città di antichi studi alchemici, in cui abbiamo visitato le sorprendenti rovine della grandiosa abbazia-cattedrale di Notre Dame d'Alet, accanto alla quale sorge l'attuale parrocchiale, l'Eglise Saint-André (chiesa di Sant'Andrea). In Place de la République, con case dalle facciate 'à pans de bois' (XVII-XVIII secolo), si trova la Mason (Casa) detta di Nostradamus, con diversi simboli esoterici sulle travi lignee esterne.
Anche Alet era una 'roccaforte' Catara e le guerre di religione portarono alla distruzione dell'Abbazia benedettina che abbiamo visitato con profonda ammirazione.
Sulla strada che ci riporterà in Italia, ancora nel cuore della Linguadoca-Rossiglione, notiamo i castelli che erano appartenuti alla nobiltà che appoggiava la fede 'catara',di cui possiamo solo evocare mentalmente il nome ma non visitare; poi Le Corbieres, Narbonne, importantissima, e Béziers, in cui avvenne un orribile eccidio in un sol giorno, di 20.000 catari, per mano dei Crociati di papa Innocenzo III. 


In rosso Béziers. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Certo oggi quelle montagne impassibili, quelle verdeggianti pianure, gli scorrenti fiumi, le autostrade e i viottoli boschivi, i ruderi fortificati, i tetti delle case e delle chiese, arrivano indistinti e anonimi dai finestrini delle auto in transito, si trattengono un momento e se ne vanno, insieme al loro passato insanguinato. Il nostro sguardo li segue ineluttabilmente, il paesaggio cambia di continuo, velocemente e così fuggono frettolosi anche i nostri pensieri, che forse è troppo penoso spendere verso una storia che ci coinvolge tutti, perchè sempre attuale, per un verso o per un altro. Pietas. Come questa parola ci ricorda Pietra. Ricordiamo una frase di Fernand Pouillon: "Entrate nella pietra, e siate vivi come queste pietre". Speriamo di averlo fatto, di esserci riusciti almeno per un breve istante, in questo viaggio che ci ha riservato straordinarie emozioni.
Montpellier, capitale della regione della Linguadoca-Rossiglione, ci fa riaffacciare presto sulla costa mediterranea, con la gente che è sulle spiagge ad abbronzarsi e i cabinati bianchi solcano il mare con le loro spumeggianti scie. Il rammarico che ci portiamo in Italia è di non aver potuto visitare tutto quanto abbiamo incontrato sul percorso, ma è imperativo accontentarsi!


Un Santo Graal tutto italiano


Cattedrale di S. Lorenzo a Genova.


Chi si contenta, gode. Consolante o meno, rientrando in Italia, abbiamo fatto un'interessante sosta alla cattedrale di San Lorenzo a Genova, dove (inconsapevolmente) ci attendevano molti simbolismi degni di essere evidenziati e di cui siamo lieti di rendere partecipi tutti gli interessati, e possiamo scommettere che anche coloro che spesso si siedono su quei gradini, la prossima volta faranno 'caso' a quelle belle triplici cinte...


Sacro Catino della cattedrale di S. Lorenzo a Genova.

Simbolismi forse effimeri, questi, ma il Duomo riserva ben altro: dalle sculture dense di significato e sapienza di quei Costruttori medievali, alla sua magnifica architettura, dall'esterno fin giù nei sotterranei dov'è custodita la sua reliquia più importante, il Sacro Catino (spesso additato come uno dei 'tanti' Graal!).
Due corposi passi nel mistero che consigliamo, e stavolta tutti italiani!