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mercoledì 29 marzo 2017

Il silenzio, la parola e i fatti. Speculativo e operativo. Potenzialità, virtualità ed effettività


di Ventamore



     Il Silenzio è preferibile alla Parola così come i fatti sono preferibili alle parole.
La migliore risposta alle parole è il silenzio, così come «la migliore vendetta è il perdono». Ma dobbiamo pur chiarire cosa intendiamo per «Parola», «parole» e «fatti».
Se il Silenzio è superiore alla Parola, esso lo è perché nei confronti di quella ne è il principio; allora può dirsi che nel silenzio risiede una certezza superiore che non nella parola, per cui può concludersi che se il silenzio appare meno «reale» della parola, esso è invece assai più reale, così come il non-manifestato è incomparabilmente superiore al manifestato. Se dunque il rapporto tra Silenzio e Parola è tale, può dirsi che il Silenzio è un «fatto», poiché esso si identifica col principio del Verbo, cioè con la Verità stessa.
Quanto alle «parole», esse  stanno alla Parola come quest’ultima sta al Silenzio. Pertanto, diremo che la Parola per eccellenza è un «fatto», mentre le parole, come vien detto nei testi ermetici, sono soltanto «rumore»: la Parola è il Verbo, le parole sono chiacchiericcio; la Parola è Realtà, le parole sono vanità.
La Parola è il Verbo discendente dall’Ordine divino per Cui si dispiega la manifestazione universale; le parole sono proferite dagli uomini, ed esse si differenziano secondo le intenzioni che le generano.
Se le parole sono propriamente ispirate da una intenzione aderente al Verbo, esse sono vere e, pertanto, sono un «fatto»; se invece non sono aderenti al Verbo o alla Verità, esse sono clamore disarmonico, quindi inganno e illusione.
«Chi non è con me, è contro di me», dice il Cristo, Avatâra eterno, ed egli dice pure: «La lingua parla per la sovrabbondanza del cuore».
Ma abbiamo parlato di intenzione, ed essendo questa una delle caratteristiche qualitative che più caratterizzano particolarmente l’essere umano in quanto tale (1), è nel merito di questa intenzione che intendiamo brevemente esplicitare.

L’intenzione (da in-tendere, tendere verso) è lo “strumento” proprio della ragione, dipendente dalla facoltà intellettuale che vi presiede, che l’individuo umano possiede e che  lo caratterizza e lo distingue da tutti gli altri esseri non-umani o di specie diversa che sono manifestati, quali “compossibili”, sullo stesso piano di manifestazione quale è il nostro.
Ora, se questa intenzione o tendenza (2), la quale è anche una «prospettiva», corrisponde al «retto intendimento», il quale è identico a quell’«intelletto  sano» indicato da Dante, l’azione dell’uomo viene ad esserne informata  e diretta al fine del superamento di determinate condizioni le quali, corrispondendo a delle limitazioni, costituiscono gli elementi disarmonici che si oppongono all’Armonia: questi elementi disarmonici sono precisamente quelli che la dottrina massonica designa come «metalli» o «vizi».
Considerati nella loro generalità, gli elementi disarmonici di cui parliamo e che l’individuo porta in se stesso, costituiscono ciò che la tradizione indù designa come adharma; Dharma essendo la Legge dell’Armonia in tutti i suoi aspetti, i quali discendono interamente dai princìpi metafisici e costituiscono il canone della perfetta ortodossia, la lettera a preposta ne è il prefisso di negazione; quindi il termine adharma designa l’insieme delle tendenze avverse che si oppongono all’equilibrio e all’Armonia.
René Guénon, nel suo studio Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (Parte terza, cap. 5), dice: «[Adharma] non è affatto il « peccato » in senso teologico, né il « male » in senso morale, nozioni entrambe estranee allo spirito indù; è semplicemente la «non conformità» con la natura degli esseri, lo squilibrio, la rottura dell’armonia, la distruzione o il rovesciamento dei rapporti gerarchici».
Ricapitolando, possiamo affermare che ciò che qualifica l’azione è l’intenzione la quale ne è la «causa». Se quindi l’azione è mossa o generata  da una intenzione conforme all’ordine o al Dharma, essa non produrrà squilibrio; in altre parole, se un’azione non è generata da una mera intenzione                     «soggettivistica» (intenzione «deterministica», volta all’ottenimento del frutto dell’azione stessa), essa si innesta quale elemento armonico della realizzazione del Piano; tale azione, spogliata dal desiderio, potrà pertanto esser detta una non-azione e si identificherà, pertanto, con la superiore dottrina del non-agire.
Ma a questo punto si rende necessaria un ulteriore chiarimento, il quale è strettamente connesso all’intenzione di cui parliamo.
Vogliamo riferirci precisamente a ciò che nell’ambito della dottrina iniziatica della Libera Muratoria Universale viene designato come «operativo» e «speculativo», nel cui merito si sono manifestati degli spiacevoli quanto gravi equivoci sorti da una incomprensione di fondo.


Se la Massoneria è divenuta vieppiù «speculativa», in ciò deve intendersi che l’oggetto o lo scopo dell’iniziazione è divenuto via via sempre più obliato e come messo in ombra, fino anche, in certi casi, a scomparire del tutto; in tali condizioni sarebbe rimasta soltanto più una iniziazione virtuale; in altre parole, è venuta a mancare propriamente la «prospettiva» iniziatica e il fine o la mèta da raggiungere.


In termini «operativi», possiamo dire che è venuta a mancare proprio l‘intenzione; intenzione che sorge dalla vera quanto profonda aspirazione alla realizzazione iniziatica.
Ma se le cose stanno così, non è la Massoneria, nella sua essenza dottrinale e iniziatica, ad essere divenuta «speculativa», bensì è il punto di vista dei moderni Massoni ad essere, nella stragrande maggioranza, non più che «speculativo» o teorico.
In realtà, se è vero che normalmente l’iniziazione massonica dovrebbe essere supportata dalla pratica di determinati e ben definiti mestieri, quali quello dell’arte muratoria, è pur vero che ciò che è veramente indispensabile ed essenziale è soprattutto l’intenzione, la quale fa tutt’uno con la prospettiva esoterica  e  l’effettiva operatività iniziatica.
Parlare indefinitamente della «ricerca della verità» è speculazione; tendere «operativamente» ad elevarsi, per quanto possibile, alla Verità stessa è operatività.
Abbiamo voluto brevemente dire qualcosa in proposito ad un problema il quale sembra sia stato artificiosamente reso quasi inestricabile; d’altra parte, chi avesse la sincera intenzione di comprendere e non perdersi in chiacchiere, potrà trovare nella più che magistrale esposizione dottrinale di René Guénon tutta l’inesauribile abbondanza dei chiarimenti necessari, nonché quella effettiva «operatività» resa possibile dalla rivificazione insita nell’Opera stessa.
Ogni sforzo a comprendere queste cose non sarà mai vano e ogni scalino conquistato sarà sempre una «pietra miliare» dalla quale mai più si tornerà indietro. Tanto non ha nulla a che vedere con la disquisizione di ipotesi o di congetture; così come le semplici parole non possono saziare l’affamato, allo stesso modo tutte le indefinite chiacchiere sulla bontà dell’acqua mai potranno spegnere la sete dell’assetato. Non basta levar canti alla bella amata per lenire il desiderio del suo amore; bisognerà pur decidersi all’incontro per sublimare effettivamente l’incontro stesso.

Nell’uovo fecondato si sviluppa l’embrione del pulcino.
Poi giunge il momento che, per vedere finalmente la luce, egli becca con forza la scorza dell’uovo che lo imprigiona, fino a romperla e a uscirne fuori!
Queste non sono chiacchiere, ma fatti.
Possiamo dunque concludere dicendo che è proprio questa possibilità (Regnum Dei intra vos est) che, quantomeno potenzialmente, pone l’uomo al centro del Piano, che è il suo Mondo o stato dell’esistenza universale; egli infatti, per tale «centralità» non ha gli stessi limiti degli altri esseri i quali, più o meno periferici sullo stesso Piano di manifestazione, sono questi che in realtà si sintetizzano nell’uomo, poiché egli tutti li realizza nella sua natura propriamente «centrale» e profonda.

A conclusione di questa breve disamina, occorre precisare intorno alla considerazione deii tre gradi o stati principali costituenti l’integrazione gerarchica delle modalità nella realizzazione dell’essere umano:
I – La potenzialità: essa, in proporzioni indefinite, è comune a tutti gli esseri umani (ma pure a tutti gli altri esseri) nella loro generalità; naturalmente, questa potenzialità sarà tanto più evidente in quegli individui che manifesteranno una più o meno intensa aspirazione alla conoscenza. Pertanto la più evidente potenzialità può essere considerata come una vera e propria qualificazione intellettuale o iniziatica capace di condurre l’essere umano all’acquisizione della conoscenza, teorica o effettiva.
Questa potenzialità, se è permesso dire, può essere paragonata alla qualità di una pianta che pur essendo bella e vigorosa, in atto non è però suscettibile di dare alcun frutto. A tale similitudine può essere anche accostato l’esempio di un uovo che non è stato fecondato.    
II – La virtualità: essa corrisponde allo stato dell’uomo qualificato che ha ricevuto l’iniziazione: l’individuo umano, nella pienezza della sua attuale coscienza, è stato così ricollegato ai princìpi sopra-umani o agli stati superiori dell’Essere; egli ha così accettato il «Patto» con il Principio Supremo;  un germe luminoso è stato posto nel suo cuore: un’influenza spirituale l’ha penetrato e pervaso, e un infallibile insegnamento sacro lo guiderà sulla Via.
La virtualità può dunque essere paragonata a quella pianta di cui sopra che, scelta dal Maestro Agricoltore (ricordarsi che Adamo è detto pure il «Custode del Giardino»), viene liberata dalle sterpaglie che la soffocano; quindi viene troncata  al punto dovuto, ed in essa viene innestato un virgulto capace, con tutte le cure dovute della Maestria, di svilupparsi e di fruttificare. Allo stesso modo, potremmo dire di un uovo fecondato il quale,  covato e custodito, è ora suscettibile di sviluppare il pulcino.
III – L’attualità: essa corrisponde al lavoro iniziatico effettivo o alla effettiva operatività nell’avanzamento sulla via della conoscenza iniziatica. Seguire dunque la Via corrisponde alla attualizzazione; cosicché, ciò che prima era soltanto una virtualità, ora, nel suo pieno ed armonico sviluppo, diviene attuale o, in altre parole, ciò che prima era una conoscenza soltanto teorica, essa diviene man mano effettiva o reale.
Tale processo iniziatico conduce quindi alla Realizzazione, la quale è la ragione profonda, lo scopo vero e il fine ultimo e supremo dell’essere.
Seguendo ancora una volta i precedenti esempi, possiamo dire che questa terza fase di attualizzazione corrisponde alla fruttificazione dell’albero, così come al completo sviluppo del pulcino.
Tuttavia, a ben considerare, occorre precisare che la Realizzazione vera e propria corrisponde in vero ad una  quarta “tappa” del processo iniziatico. Essendo infatti la Realizzazione ben al di là della sequenzialità dello sviluppo in quanto tale, il suo dominio si pone, per così dire, fuori dalla serie del concatenamento degli indefiniti stati dell’essere; ed è così per il fatto che la Realizzazione tutti ormai li contiene e li sintetizza nella sua onnicomprensiva realtà principiale.

Volendo insistere sulla similitudine dell’uovo e del pulcino in esso sviluppato, potremmo dire che a questa quarta “tappa” corrisponde l’uscita del pulcino dall’involucro che lo trattiene. Ciò che corrisponde alla effettiva uscita dal Cosmo e all’avvio verso gli stati superiori dell’Essere.
Così come, analogicamente, un bambino o un pulcino nascono (nel Cosmo), questa “liberazione” dall’involucro corrisponde anche all’«uscita dalla caverna» e quindi, per l’iniziato, all’uscita dal Cosmo stesso.
Ma questo è un punto che non possiamo affrontare in questa sede; potremmo forse invitare ad una riflessione su cosa sta, nel Tempio, rispettivamente sotto e sopra la «cornice» che delimita i «nodi» zodiacali dal Cielo stellato.
Diremo comunque che l’intero processo iniziatico, procedendo in senso inverso a quello dello sviluppo ciclico della manifestazione, è simboleggiato, in tutte le tradizioni, dal cerchio, dal suo centro e dai raggi che da esso si dipartono: se «prima» (ovvero dal punto di vista della manifestazione) il centro sembrava come essere contenuto dalla circonferenza, «dopo» (cioè dal punto di vista della Realizzazione o del Principio) viene finalmente compreso che in realtà è la circonferenza ad essere contenuta dal suo centro, il quale la genera, e che solo in virtù di esso (che ne è l’essenza e la causa prima) è possibile la manifestazione della circonferenza la quale, con la moltitudine indefinita dei suoi piani generati dal Punto Centrale Supremo, realizza la globale realtà della manifestazione universale.
Questo è un «fatto» così vero, che se così non fosse non potremmo essere   qui a parlarne e a poter riconoscere l’infinità del Supremo «Luogo Primo» da Cui in verità veniamo e a Cui ritorneremo.
Vincit Omnia Veritas.


1) – Notiamo appena che, pure se «istintivi» e periferici, certi aspetti dell’intenzione possono similmente riscontrarsi negli animali; se, per esempio, viene dato un pesce a un gatto, questi lo mangia tranquillamente sul posto; se invece lo stesso gatto «ruba» un pesce, porterà via di corsa quanto ha sottratto, e andrà a mangiarlo di nascosto. Una tale modalità comportamentale, più o meno riscontrabile nel regno animale, sarebbe suscettibile di diverse analoghe considerazioni in merito all’effettiva «buona fede» nell’agire degli uomini.  

2) – Al riguardo è della massima importanza segnalare lo studio dei tre guna, specialmente su:  Introduzione generale allo studio delle dottrine indù (Parte III, cap. II); Il simbolismo della croce (specie il Cap. V); La Grande Triade, Cap. XXII, di René Guénon.